<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<itemContainer xmlns="http://omeka.org/schemas/omeka-xml/v5" xmlns:xsi="http://www.w3.org/2001/XMLSchema-instance" xsi:schemaLocation="http://omeka.org/schemas/omeka-xml/v5 http://omeka.org/schemas/omeka-xml/v5/omeka-xml-5-0.xsd" uri="http://78.47.125.110/items/browse?output=omeka-xml&amp;page=445" accessDate="2026-05-13T08:01:24+02:00">
  <miscellaneousContainer>
    <pagination>
      <pageNumber>445</pageNumber>
      <perPage>10</perPage>
      <totalResults>5657</totalResults>
    </pagination>
  </miscellaneousContainer>
  <item itemId="1744" public="1" featured="0">
    <fileContainer>
      <file fileId="1348">
        <src>http://78.47.125.110/files/original/17/1744/0000001381.pdf</src>
        <authentication>5793c8b55a952c8c3d8b5fc39ae29f24</authentication>
        <elementSetContainer>
          <elementSet elementSetId="5">
            <name>PDF Text</name>
            <description/>
            <elementContainer>
              <element elementId="118">
                <name>Text</name>
                <description/>
                <elementTextContainer>
                  <elementText elementTextId="42945">
                    <text>Reggio Calabria, martedi 26 maggio 1998

Lezione Magistrale di Pasqual Maragall i Mira

Il mondo ci appare oggi come un villaggio che chiamiamo globale. E' come dire che
abbiamo la percezione di avere spostato più lontano i limiti dei nostri quartieri e delle
strade, grazie ai mezzi di comunicazione, ai viaggi, agli incroci delle razze e alla
mescolanza delle culture.
Senza dubbio, la mia generazione, che ha vissuto nei primi anni sessanta nella
consapevolezza di una progressiva mondializzazione della politica, - al tempo di Kennedy,
Kruschev, di Papa Giovanni XXIII, del primo Castro, quello dei discorsi nella Sierra
Maestra e dell'ingresso a all'Havana - ha l'obbligo di usare alcune cautele alla luce di
quanto è avvenuto dopo.
Preferisco parlare di un mondo aperto piuttosto che di villaggio globale o di città globale;
un mondo aperto ai contatti e tuttavia alle incertezze.
Credo sinceramente che un mondo di città - un'Europa delle città nel nostro caso - è più
attraente, e quello che più importa, più concreto, di un mondo globale.
Parlando di Europa dobbiamo includere una Europa delle Regioni e delle città, perchè le
culture che si sono andate determinando, non sempre sono confinate negli stati nazionali,
quanto piuttosto diventano occasioni di culture nazionali con una lingua, letteratura, e
caratteristiche proprie.
Scozia, Fiandre, Catalogna, Galles, Galizia, Euskadi, Baviera etc. sono esempi in questo
senso. Irlanda, Slovenia, Ucraina e altre, sono esempi di culture nazionali europee che
solamente nel secolo XX - e alcune molto recentemente -hanno ottenuto il loro
riconoscimento di "Stati", il loro status.
Senza dubbio, se vediamo l'Europa dal satellite vediamo una costellazione di punti
luminosi. Non vediamo frontiere, né statali, né regionali. Queste costellazioni sono le
culture costruite, fisicamente esistenti.
Dalla sola osservazione di questa immagine possiamo già apprendere qualcosa di utile sul
mondo, qualcosa che ci rimanda al concetto di villaggio globale. L'organizzazione dei
punti luminosi, riflesso delle città, disegna alcuni percorsi, segnala concentrazioni e
evidenzia i vuoti. Si formano costellazioni dense come il Randstadt, il sud-est Inglese , il
bacino della Ruhr-Reno, il triangolo Genova- Torino-Milano, o la regione metropolitana di
Napoli, culminante di una linea costiera che appare come città lineare, lo stesso che
succede con Barcellona e la costa mediterranea settentrionale spagnola fino al Golfo di
Leòn.
Ogni tanto appaiono stelle solitarie che normalmente corrispondono a capitali di stati, che
sono cioè il prodotto non tanto della aleatoria distribuzione delle popolazioni nelle valli o
sulle montagne, lungo le coste o le pianure , quanto di una volontà razionale di un paese
che si è costituito in stato - o del suo monarca - di ubicare la capitale in un determinato
1

�punto della geografia. Mosca, Pietroburgo, Berlino, Parigi, Madrid, cosi come come
Brasilia, mostrano una localizzazione non tanto casuale quanto logica. La logica di Pietro il
Grande o di Filippo II, come quella di Kubitschev in Brasile, o di nuovo quella di Lenin
nel riportare la capitale a Mosca, era una logica di governo, una ricerca di equidistanza o
baricentro, una ottimizzazione voluta più di un equilibrio raggiunto.
E' possibile che in certi casi sia la desertificazione dell'intorno, provocata da una capitale
potente, più in là e oltre i limiti della sua zona metropolitana d'influenza, quella che
produce il punto luminoso solitario.
Questo fatto ci deve far riflettere. Dimostra infatti contro l'ipotesi iniziale, la forza di
condivisione di sentimenti e idee. Dobbiamo ammettere che la mappa che vediamo dal
satellite, il firmamento inverso che si vede quando si mette a fuoco il pianeta, non riflette
solo forze materiali e spontanee, quanto fattori culturali e politici. Vuol dire che le
frontiere, sebbene non si vedano in questa mappa, agiscono su di lei e la modificano. Vuol
dire che il mondo è anche un mondo di stati.
La scommessa che propongo è che se questo è vero, sia vero anche il fatto che il cammino
che conduce dal mondo attuale di stati, al mondo globale - al mondo aperto, al mondo
senza frontiere al mondo dei cittadini - sia una strada che passa per il mondo delle città e
per l'Europa delle regioni.
In primo luogo: il mondo globale, la città globale, il pensiero che la mia città non esista,
perchè la mia autentica città è il mondo, è un'idea poco utile. Si tratta di un concetto
paralizzante.
Facciamo un esempio: nel "Vertice sulla Terra" di Rio de Janeiro del 1992, da cui si sono
tratte molte cose positive, non si è sufficientemente badato al carattere ambiguo di alcune
delle conclusioni. "Pensare globalmente e attuare localmente" si disse, senza tenere conto
che la gente era abituata a pensare prima di agire e che di conseguenza quello che gli si
stava dicendo era :"Non agire finchè non sia arrivato un ordine nostro, un ordine globale,
frutto di un pensiero globale", che appare qui come un pensiero unico e inappellabile,
uguale al neo liberalismo che ci ha inondato a partire da quel novembre del 1978 in cui lo
stato della California votò in massa la proposta 13ª(tredicesima) contro le imposte sulla
proprietà.
Il 'pensiero globale' commette errori considerevoli. Nel 1974, si annunciò che le risorse
petrolifere sarebbe durate 20 anni. Siamo già a 24! Altro errore: ci avevano annunciato che
la popolazione globale avrebbe cessato di crescere nell'anno 2050 con all' incirca 15
miliardi di abitanti. Ora pare che il tetto si sia abbassato a molto prima, al 2015/2020, e con
molti meno abitanti. [Sono notevoli i danni che la coppia Malthus-Ricardo hanno causato
nelle nostre menti impressionabili, nonostante si possa pensare che i loro avvisi allarmanti
abbiano precipitato le soluzioni per i problemi che misero in luce. In questo caso,
considereremo i loro eccessi teorici come buone medicine.] Fortunatamente, in quello
stesso conclave di Rio, si disse un'altra cosa contraria alla prima : "Fate localmente tutto
quello che lì potete fare " volendo con questo dire : si eviti il trasporto di energia.
Questa affermazione coetanea e coincidente con il preambolo del trattato di Maastricht che afferma che l'Unione Europea è una unione ogni volta più stretta tra popoli dove tutto
si farà il più possibile vicino ai cittadini - è nella realtà un proclama rivoluzionario che

2

�sconvolge la constante tendenza delle idee verso un'universalità ingenua, soprattutto a
partire dal 1789.
In molte occasioni la ben intenzionata universalità delle nostre aspirazioni, quasi direi la
sua precipitata universalizzazione, ha dovuto essere frenata dalla dea storia che con la
peggiore perversione si avvalse dei più efficienti particolarismi per farci retrocedere al
punto di partenza: la peculiarità della razza, dell'etnia, della religione, della lingua fino a
quella dell'accento dialettale; il 'Cainismo' delle città divise e delle famiglie opposte. In
Bosnia le tre comunità chiamate etniche appartengono alla stessa razza e parlano lo stesso
idioma, cambiano solamente religione e inflessione.
A questo punto voi vi chiederete cosa ha a che vedere l'architettura con tutto questo. Vi
potrei rispondere con una boutade, ma una boutade veritiera, quella che il combattimento
tra Croati e Bosniaci a Mostar si rese pressoché irreversibile solo quando i Croati del
quartiere Ovest bombardarono il ponte vecchio (lo Stari Most) che li univa al quartiere
mussulmano dell'Est. Solo cioé quando saltò questo pezzo di architettura.
Ma, aldilà del tragico aneddoto, ancora oggi da risolvere, l'architettura ha a che vedere con
quello che vi stavo raccontando, perchè l'architettura è l'arte di costruire la città e la città
sta tornando ad essere ora l'oggetto e il centro d'attenzione del mondo. Sono trascorsi più di
20 secoli dalla nascita della città come il luogo della Polis e 15 secoli da cui scomparse
come tale, in quella che viene chiamata la lunga notte medioevale. Per riemergere con
timidezza e arroganza ma sempre fugacemente nel basso medioevo catalano-aragonese,
nella Hansa e successivamente nel Rinascimento italiano, e per essere in ultimo ridotta alla
categoria di "luogo di provincia" a partire dal secolo XVI. In quell'istante, i due mondi, il
Vecchio e il Nuovo, iniziarono a costruire drammaticamente il mondo globale, un mondo
di nazioni; la scienza iniziò a pensare al pianeta Terra come parte dell'Universo e la
filosofia morale, più tardi, nel XVIII, iniziò a pensare alla sua organizzazione politica.
Due cose debbono esser chiarite qui. Una: come possiamo sappere che l'attuale
globalizzazione sia la definitiva e non un'altra ingenuità? Secondo: perchè si suppone che
l'architettura costruisca città e non semplicemente case ed edifici?
L'attuale globalizzazione non è "la" buona né "la" definitiva. E' una in più delle pulsioni
universalizzatrici che si sono andate succedendo ciclicamente nel corso della storia. Alla
fine del XIX tanto i finanzieri come i proletari erano internazionalisti. Perfino gli
aristocratici, come lo era per esempio il Barone de Coubertin.
L'Universalismo di Marx in quell'epoca portò ad un importante grado di conoscenza dei
suoi propri limiti quando propose che solo la scomparsa delle nazioni - per la quale non si
fissava una data - avrebbe preparato lo scenario di una società mondiale più giusta.
Ma Marx ignorava che tutta l'economia politica classica alla quale apparteneva - insieme a
Smith, Malthus e Ricardo - era destinata ad essere breve. La costruzione del nuovo mondo
e in concreto il formidabile sviluppo dell'agricoltura nordamericana, cosí come le
successive ondate di emigrazione europea, portarono ad una crescita della popolazione
nordamericana non indigena dai 4 milioni - nel momento della Rivoluzione francese - ai
125 milioni all'inizio della Prima Guerra Mondiale e ridussero per esempio la popolazione
irlandese di un 25 % dopo la carestia del 1843. Tutto questo sconvolse le previsioni
catastrofiche, sebbene redentrici, di una classe operaia universale, impoverita e cosciente.
Questa classe fu condotta in Europa al cospetto delle nazioni che hanno portato il nostro
3

�secolo verso una tragedia molto superiore a quella che il secolo XIX aveva previsto. E ad
una società di classi medie.
Anche Keynes nel 1930 e poi di nuovo senza esito nel 1944/45, aveva difeso la possibilità
di una moneta mondiale e di una autentica banca mondiale, elementi di quel governo
mondiale che da Kant in poi esisteva virtualmente in forma di proposte o ipotesi.
Pensate che oggi stiamo assistendo solo ad alcuni tentativi, peraltro difficili, di creare una
politica economica europea che possa accompagnare la moneta unica, che è già nata, e di
dotare la commissione europea di un Presidente eletto, e quindi di iniziare a delineare un
vero e proprio governo europeo.
La lezione di umiltà che abbiamo contrapposto all'audacia e alla stupidità delle nostre
pretese collettive, è stata in questo secolo schiacciante.
Si tratta di ammettere che, al momento, il mondo globale si possa costruire solo per pezzi,
regionalizzandolo nella sua organizzazione e di sapere che questa regionalizzazione si
attesterà al livello che stabiliranno le economie più grandi come volume economico
minimo. La creazione degli Stati Uniti nel 1776 sancì per i due secoli successivi la
necessità dell'Unificazione europea. Potevamo pensarci prima! Perchè non ce lo
chiediamo?
Nel frattempo, specialmente nei periodi di pace e di crescita economica, il sistema globale
tende a decentralizzarsi. Riduce le restrizioni obbligate dall'equilibrio del terrore e la
nazionalizzazione della Polis, determinata da questo stesso equilibrio.
In ciascuno stato-nazione, le città soddisfano in questi periodi una porzione maggiore di
domanda pubblica, l'educazione e la sanità migliorano a spese della difesa, le imprese
superano le frontiere e creano uno spazio multinazionale nel quale le città si offrono come
sedi della loro espressione, competendo tra loro per ottenere il maggior volume di
investimenti produttivi e di infrastrutture tecnologiche. Il mondo si civilizza.
Ma è un mondo globale solo per alcuni e in forma limitata. E' soprattutto un mondo di
città, di luoghi dove le imprese da un lato e le istituzioni pubbliche dall'altro, cercano di far
fronte alle domande e ai problemi del genere umano.
Sembrerebbe logico puntare su un mondo di città ragionevolmente regionalizzato in unità
più grandi (Unione Europea, Mercosur, Gruppo andino, Nafta, etc.) e dotato di regole di
comportamento riconosciute da imprese e stati.
Anticipo che questo non significa la scomparsa degli stati quanto la loro trasformazione da
entità produttive e difensive, in enti regolatori dei diritti, in soci attivi di coalizioni
transnazionali, cosa che già comincia a succedere molto chiaramente nell'Italia di Prodi e
Bassanini e, con maggiori difficoltà in quella di D'Alema, D'Onofrio e Cacciari, cioé a
dire, l'Italia della riforma amministrativa e quella della riforma costituzionale.
Questa è la spinta universalizzatrice che ci possiamo permettere. Un mondo di città
regionalizzato per grandi aree. Però senza dubbio un mondo di città. In un altro modo la
gente non lo accetterebbe. Non lo accetterebbe perchè lo sentirebbe come un mondo
distante e lontano dai suoi problemi. "Globalizzazione" e "localizzazione" in questa

4

�accezione si danno la mano. E' necessario inoltre un secondo chiarimento. Le città che
compongono questo mondo parzialmente globalizzato sono l'oggetto reale dell'architettura.
In questo seguo i maestri. Quelli del Rinascimento, quelli del Movimento Moderno e quelli
di oggi: Oriol Bohigas, Richard Rogers e Renzo Piano.
E obbedisco alla mia personale esperienza. A Barcellona, costruire case nella degradata
città vecchia dei primi anni '80 non sarebbe servito a nulla se non si fosse operato
contemporaneamente nel settore sanitario e della sicurezza.
Pensate che noi arrivammo al governo della città nel 1979 con l'idea sbagliata che i prezzi
bassi delle case nella 'Città Vecchia'- il centro storico, il nucleo antico di Barcellona fossero una benedizione e iniziammo a fare piani urbanistici aumentando al massimo lo
'zoning' per le attrezzature pubbliche. Fu un errore.
Pensavamo che questo si sarebbe dovuto realizzare consentendo agli abitanti della Città
Vecchia di viverci grazie al mantenimento dei prezzi bassi e alla nuova offerta di servizi.
Altro errore. Non ci rendevamo conto che i prezzi erano bassi perchè la gente se ne andava.
Reagimmo così contro una 'gentrification' o innobilimento che né si era prodotto né si
sarebbe prodotto da se stesso. La gente se ne andava a l'Hospitalet o a Sant Andreu - verso
cioé quartieri metropolitani o periferici del comune - per un processo di maggiore
benessere in quanto i potevano aumentare i salari o perché si otteneva il doppio lavoro
nelle famiglie. Solo gli anziani rimanevano per mancanza di mezzi e di energie per il
trasferimento in luoghi lontani da quelli dove avevano trascorso tutta la loro vita.
La popolazione della Città Vecchia è diminuita di un 30/40%. Quei luoghi familiari e
carichi di significato si andavano desertificando. I tagli pubblici senza un corrispondente
reinvestimento divenivano fattori di abbandono. La criminalità andava aumentando. I vuoti
urbani venivano occupati in parte da gente che mancava dei mezzi per mantenere un livello
minimo di vita commerciale e pubblica dei quartieri che non fosse quella di un commercio
illegale, difensivo, e si costituivano dei 'ghetti' di diversa natura.
La teoria dello sciatore era la soluzione: non solo urbanistica né solamente sicurezza, ma
entrambi. Urbanistica più sicurezza, ora l'una e poi l'altra. Servizi sociali, più pulizia.
Politica commerciale più residenza. Prevenzione prima della repressione, ma in ogni caso
prevenzione e repressione. Nessun dogmatismo, nessuna formula magica. Investimento
pubblico, investimento privato. Intervento pubblico e aiuti privati. Guerra totale alla
miseria.
All'inizio fu la sconfitta, molto dopo pareggiammo e solo alla fine cominciammo a vincere.
E quando stavamo cominciando a vincere, esplosero le mine dimenticate di antichi
pederasti o il fariseismo dei contabili che si scandalizzavano perchè si compravano e
vendevano case a prezzi differenti. Così come molto prima si erano scandalizzate le
istituzioni di beneficienza quando noi avevamo iniziato a chiudere i pensionati insalubri
dove erano lasciati a morire per pochi soldi anziani da loro sconosciuti e si vide come
rapidamente aumentava la richiesta di poter mangiare e dormire altrove.
Governare la città, questo è certo, richiede molte volte di nascondere problemi laceranti al
fine di risolverli senza offendere troppo la sensibilità pubblica. Perchè negarlo? Ma nella
maggioranza dei casi governare la città significa svelare al pubblico realtà occulte. Il
governante pone la città di fronte allo specchio delle sue stesse miserie,
5

�di realtà conosciute ma sottaciute, dimenticate, occultate.
Una casa nuova in un quartiere pericoloso non è una nuova casa. Questo è la lezione che
abbiamo imparato. Queste case nuove si fanno vecchie rapidamente, così come lo sono i
volti invecchiati di bambini e bambine costretti a lavorare anzitempo nei paesi arretrati.
La lezione è che la ricchezza e la miseria colonizzano il territorio. La ricchezza, con i suoi
prezzi alti e con il taglio minimo delle particelle, e se necessario con le polizie private,
come a Caracas; la miseria invece mediante un'arma ugualmente efficiente: la paura della
classe media verso l'insicurezza e la eccessiva diversità.
La verità è che nella Barcellona tollerante e liberale si sono ridotti i crimini da un 25 a un
15% in dieci anni, come dire quasi alla metà, mentre nella Londra della legge e dell'ordine,
aumentavano, sempre in dieci anni, fino a una volta e mezza. Ben lo sa Tony Blair, che ha
trasformato questo tema in cavallo di battaglia della sua campagna elettorale. La London
School of Economics aveva dimostrato che il puritanesimo radicale della Signora Thatcher
e del suo governo, condannava gli emarginati a rimanere senza rimedio nella loro
condizione.
Soffermiamoci per un momento sul carattere colonizzatore del territorio che possiedono sia
la ricchezza che la miseria, perchè questo ci porta ad una interessante riflessione
metodologica.
Questi effetti - di comportamenti di alcuni cittadini sopra quelli di altri - gli economisti, me
compreso, li chiamano esteriorità, perchè sono fenomeni che si producono al di fuori,
all'esterno dei confini del modello. Queste restrizioni, in ogni sapere scientifico - non
voglio spiegare a un pubblico di architetti che un modello in scala 1 a 1 aggiunge qualcosa
alla collezione degli oggetti esistenti, ma nulla alla scienza che li studia - questi limiti,
presuppongono in economia, l'inter-indipendenza tra le funzioni dell'iutilità e della
produzione dei singoli individui e delle singole imprese rispettivamente. Tutta la teoria
dell'equilibrio di mercato si basa sull'ipotesi che ogni persona ottimizza le sue scelte di
consumo e di produzione senza alcuna relazione con la forma delle funzioni di utilità e
produzione degli altri partecipanti al mercato. Quando questo non succede, è allora che la
teoria ammette i limiti di mercato e la possibilità che si giustifichi l'intervento pubblico. E
non è giustificazione da poco. Le esteriorità positive e negative, cioè le contiguità tra gli
individui che producono benefici imprevisti (una maggiore consapevolezza nella città
rispetto alla vita isolata, per esempio) o ulteriori pregiudizi (insicurezza cittadina etc.)
queste esteriorità, ripeto, non sono un elemento insignificante per costruire una forte teoria
dell'azione pubblica e della Polis.
Richiamo la vostra attenzione sulla necessità di acquisire una certa dose di modestia
davanti al sollevarsi della polvere dei sermoni su quello che si dovrebbe o non si dovrebbe
fare, o semplicemente sulla necessità di realizzare (a Roma, per esempio, questi
ammonimenti sono ricorrenti). La gente ha molto chiaro che non tutto ciò che è pubblico è
buono. Alcuni lo hanno fin troppo chiaro, come quel incaricato di aprire la strada per la
bocca del cratere del Vesuvio, che passate le cinque del pomeriggio, dicesse per
giustificari: "Roma ha detto alle cinque e basta; già si sa, politici, l'Italia, tutto il mondo",
che sarebbe come dire: viviamo nel regno dell'assurdo, tutto quello che viene dall'alto è
cattivo.

6

�Fortunatamente quando una paese ha raggiunto a fatica questa coscienza del rigore
necessario nell'azione pubblica - a volte conquistata drammaticamente per la temporanea
carenza del settore pubblico, come è successo in Catalogna prima della Seconda
Repubblica, o posteriormente alla Guerra Civile - la corazza della auto-esigenza si
trasforma in attitudine propositiva convincente e feconda in quanto si danno le condizioni
per l'azione.
Questa è l'origine come credo, dell'ottimismo esigente dei Bohigas, Sola Morales,
Acebillo, Busquets, Llop, de Lecea, che si è riversato sulle strade e sulle piazze di
Barcellona a partire dal 1980.
Questo è anche quello che spero stia accadendo attualmente in Calabria e in generale nel
sud dell'Italia ora che gli eccessi di uno statalismo male inteso e il malanno della
'collusione' e della 'protezione' privata iniziano a cedere il passo alla libertà creativa. Un
nuovo rinascimento si presenta nell'Italia totalmente europea di oggi, un'Italia che risolve
soddisfacentemente una equazione che è quella della Spagna, cioè quella di riuscire ad
edificare una società moderna in uno spazio attraversato da molti paralleli come quelli che
vanno dalla Germania al NordAfrica. Il ruolo delle città in questo processo sta divenendo
decisivo.
Voi state culminando il vostro periodo di gestazione di nuove idee, il periodo della chimica
del "consensus building" (costruzione del consenso) molto più lungo e lento di quello della
fisica delle trasformazioni urbane. Le opere nonostante a volte ci sembrino dilungarsi
un'eternità, sono rapide se confrontate con il tempo impiegato nella costruzione del
consenso sui grandi progetti.
Gioia Tauro, il Ponte sullo Stretto di Messina, la terza carreggiata dell'autostrada, l'arrivo
dell'Alta Velocità etc. saranno stati progetti lungamente attesi, ma non per questo dagli
esiti meno rivoluzionari nel momento della loro realizzazione, né meno carichi di effetti.
Soffermiamoci un momento su questo punto prima di entrare nella parte finale della
lezione.
E' probabile che la giustizia storica consisterebbe in una specie di distribuzione salomonica
dei grandi progetti lungo le decadi e nei diversi territori, forse a leggero vantaggio di
territori lontani dal centro del sistema delle città per compensare il fatto che la vicinanza al
centro porta con sé una densità di relazioni che rende meno impellente lo shock esterno o
istantaneo delle grandi iniziative. (Dico leggero vantaggio per non scostarmi da una
modestia metodologica in rispetto all'intervento pubblico).
Questa distribuzione ideale dovrebbe essere consapevole di una specie di diritto umano,
mai formulato e tuttavia presente nella storia e che genera, quando assente, molte
ribellioni, secondo mil quale tutti dovremmo aver vissuto un momento di speranza e di
qualche realizzazione nel corso della nostra vita.
Il fatto è che questo ciclo è lontano dal prodursi. La generazione del mio nonno paterno
(1860-1911) non arrivò a vivere nessuna grande guerra. Karl Polanyi arrivò a battezzare
"100 anni di pace", quelli che trascorsero dalla fine dell'ultima guerra napoleonica all'inizio
della prima guerra mondiale. Inutile insistere sul perchè di un generalizzato
internazionalismo durante il cambio di secolo.

7

�Differentemente la generazione di mio padre che nacque nello stesso 1911, visse in seguito
ad una Guerra Mondiale, una Guerra Civile terribile (la prima nella quale una grande città
fu bombardata dall'aria - Barcellona - e in cui un'altra città fu totalmente distrutta dall'aria Guernica - ), e una seconda Guerra Mondiale, nella quale due grandi città furono rase al
suolo da una sola bomba.
Ricordiamo qui Kenzaburo Oè, Premio Nobel giapponese che scrisse sull'assurdo di
Hiroshima per l'assurdo presente nella sua vita familiare. Credo che Oé disse di Hiroshima
che la tragedia della scomparsa della città è che la morte di una persona non impedisce la
sua sopravvivenza nella memoria di quelli che restano, ma la morte di una città equivale
alla scomparsa della sua stessa memoria. Muore ogni persona e ognuna di quelle che hanno
vissuto con lei. Sparisce la memoria.
E' chiaro che non vi è giustizia distributiva nella storia e senza dubbio per questo dobbiamo
sperare nel passaggio del treno della fortuna e se è necessario costruire alla fortuna un
appiglio. In questo consistono i grandi eventi: qualche volta non sono altro che segnali di
una era fortemente attesa, scuse che la storia si prende per presentarsi all'improvviso,
splendida, con il dono dei sogni realizzati.
Torniamo di nuovo all'architettura e al suo appuntamento con la storia. La migliore notizia
per le vittime del terrore basco, incluse le famiglie dei terroristi, è l'inaugurazione del
Museo Guggenheim di Bilbao, e naturalmente, l'evoluzione delle cose in Irlanda del Nord.
Il museo di Gehry e la nuova metropolitana di Foster, hanno rotto il maleficio di una città e speriamo anche di un paese solo visto in funzione della tragedia e della morte - che
comincia di nuovo ad essere immaginata come lo scenario della costruzione e della vita,
frustrando cosi l'ossessione paurosa che è tecnicamente l'oggetto di tutta la politica del
terrore. La Expo di Lisbona, i Giochi di Barcellona, il treno ad alta velocità di Siviglia, in
occasione della Expo del 92, per menzionare altrettanti momenti nei quali la scintilla della
contingenza sembra aver messo in marcia il motore dell'evoluzione.
Fui uno dei pochi catalani che si rallegrarono pubblicamente del treno ad alta velocità
Madrid-Siviglia nonostante sapessi che il treno Madrid-Barcellona e quello tra Barcellona
e la frontiera francese fossero più redditizi e conoscessi l'eccessiva parsimonia che questo
progetto ha nei programmi di Madrid e di Parigi. Accettai come buona la motivazione di
Felipe Gonzàlez, nel senso che questo treno si sarebbe fatto ugualmente e che al contrario
non era così evidente che il treno Madrid-Africa non si facesse per una scusa del genere.
Difesi l'idea che per Barcellona fosse interessante non essere un "cul-de-sac", non
costituire il nuovo Sud francese, ma piuttosto un territorio di passaggio per l'asse
centroeuropa-penisolaiberica, interpretando che questa fosse - come è - una riserva di
ricchezza culturale ed economica per lo sviluppo della mia città e non solo una zavorra o
una minaccia, come alcuni ritengono e, diciamolo pure, come la storia ha disgraziatamente
più volte dimostrato. A Barcellona interessa una Penisola Iberica ricca e felice e non il
contrario; una Spagna testa di ponte verso l'America Latina e il NordAfrica e non
introflessa e lamentosa.

Se le valli dei Pirenei, precedentemente in conflitto tra loro, hanno imparato a collaborare;
se durante la cerimonia dell'apertura del tunnel Puymorens, lungo la linea BarcellonaPuigcerdà-Tolouse erano presenti i sindaci o 'consuls' di Andorra che sono favorevoli ad
altri tunnel e ad altri assi, le città non possono essere da meno. Lo dico perchè Reggio
8

�Calabria deve lottare strenuamente per il ponte sullo Stretto, indipendentemente dal punto
per il quale passerà esattamente. Non è un problema, credo, di poca rilevanza, ma di
fertilizzazione di tutto l'interland. Il mondo delle città sarà molto competitivo e non
ammette rimpianti nè perdona inattività. E' necessario scegliere la miglior soluzione e
scommettere su quella. E, se non è buona, cambiarla.
Si tratta anche di agire e spiegare. La gente vuole i fatti, ma allo stesso tempo, chiede la
loro giustificazione. Vuole vedere e toccare, ma sente l'esigenza anche di stare ad ascoltare.
In una delle ultime sessioni dei miei seminari all'Università di Roma ho potuto constatare,
pochi giorni fa, la profonda inerzia di molti anni di pessimismo accettato, anche di fronte
all'evidenza che le cose stiano cambiando. Proposi allora un'analisi lucida delle difficoltà e
virtù di Roma come preambolo per un teorico Piano Strategico.
Dal punto di vista passivo la carenza di un sentimento del presente come anticipatore del
futuro; la carenza di spirito combattivo e di una "leadership" semplice. Dal punto di vista
attivo, a parte i noti punti forti di Roma, una riflessione sulla sostenibilità ed un'altra sulla
vocazione della città.
Può darsi che, in alcuna misura, queste idee siano valide anche per altre città italiane che
conosco meno.
Il passato ha un così importante peso che il futuro costituisce un tema minore.
A paragone con Madrid e Barcellona, Roma vive il peggiore dei due mondi: è la capitale,
già lo abbiamo visto, colpevole di tutto e, senza dubbio, per questa stessa ragione, lo Stato
non investe in essa più di una piccola percentuale di ciò che i romani considerano il
minimo necessario. D'altra parte, essendo una città che dipende molto da se stessa,
incomparabilmente più di Madrid o Parigi, non può formulare una mistica o una epica di
città-città, di "self-made city", come Barcellona: nessuno lo crederebbe, almeno all'inizio.
La sovrapposizione di poteri, religioso, cultural-archeologico e municipale, anche essendo
quest'ultimo molto forte e più legittimato che mai, non facilita le cose.
In cambio Roma dovrà riflettere con più tranquillità sul fatto che nessuna città si è
dimostrata sostenibile a lungo termine alle attuali condizioni. Non parliamo
incessantemente di sostenibilità? Bene, Roma è più sostenibile - nei limiti delle sue
condizioni, non certo ottimali - di altre città che oggi sembrano ben inserite. Roma conosce
l'arte di invecchiare dignitosamente ed è probabile che quest'arte si renda necessaria alla
fine per quasi tutte le grandi città. Per iniziare i romani possiedono un alto grado di
capacità nel convivere con un mezzo intoccabile, stretto e carico di simboli; ed una
notevole capacità di sfruttare lo spazio/tempo. Si dovrebbero trarre maggior profitti da
queste qualità.
Detto questo, è evidente che nessuno possa sopravvivere solo conservando. In assenza di
nuove costruzioni la città non si mantiene, né può sopravvivere ciò che è vecchio. Tutte le
città devono trovare la loro propria formula per combinare i simboli esistenti con i nuovi.
Senza questi ultimi l' antichità si converte in ripetizione.
In ultimo, nessuna città del mondo ha tanti crediti come li hanno le città italiane per capire
e rappresentare un mondo che è sempre di più un mondo di città. I francesi, gli spagnoli,
9

�gli inglesi possono saperne di più di nazioni, finanche di imperi, perchè i loro furono più
recenti. Però nessuno è in grado di insegnare molto né a Roma né a nessuna delle città
italiane rispetto a quello che una città è e significa.
E vi assicuro che il futuro delle nazioni si giocherà sull'efficienza dei suoi sistemi di città.
L'esperienza di un Sindaco non si può spiegare del tutto senza una confessione, tra le
molte.
Si tratta dell'emozione con cui per opera dell'arte dell'architettura e della costruzione
appaiono nella città nuovi simboli destinati a durare.
Non mi riferisco tanto alla funzione, quanto al valore di questi artefatti costruiti. Piazze o
case, alberi piantati in un determinato luogo e ordine, monumenti nuovi, restaurati o
riutilizzati, arredo urbano più o meno stabile e resistente, scuole, marciapiedi e passeggiate,
torri di comunicazione, muri di contenimento, dighe, teatri: tutti questi rappresentano il
teatro della vita, messaggi lanciati più o meno coscientemente come bottiglie nel mare al
corso della storia, manifestazioni a volte eccessive del nostro passaggio per la città, ma in
tutti i casi visibili, corporee, criticabili, azioni divenute oggetto che migliaia di occhi
guarderanno con rispetto o ignoreranno, che migliaia di mani e piedi calpesteranno, o
toccheranno, o cambieranno, e che fanno della città uno dei pochi concetti resistenti del
nostro presente e del nostro futuro, uno dei concetti più universali, perchè universale e
comune è l'esperienza che di esse abbiamo.
Quindi se c'è una professione che detiene la chiave del suo cambiamento, con il permesso
del suo 'sovrintendente', eretto a garante di quei valori, drammatico dovere virtuale e non
attuabile, questa è la vostra, che rende voi e la vostra professione uno dei sogni più diffusi
e ambiti tra i giovani, al livello degli attori di quella costruzione immateriale ed allo stesso
tempo magica che è la rappresentazione scenica. Non è un caso che il Congresso della UIA
di Barcellona del 1997 si sia convertito in un rito dualistico tra gente comune e 'vedette'
tutti della stessa professione.
Devo dire che sono molto grato a Norman Foster e Kenneth Frampton per aver capito al
volo di cosa si trattasse e aver accettato di convertire la Plaza dels Angels, detta anche de
Las Nacions, davanti al bianco MACBA - il Museo di Arte Contemporanea - nello
scenario del miglior dibattito architettonico. Probabilmente nessun congresso di
architettura potrà privarsi d'ora in avanti di un dibattito sulla dura pietra cittadina e il Foro
e l'Agorà torneranno alla loro funzione.
Il primo Presidente della Generalitat restituita, Josep Tarradellas, insisteva tra ironia e
sincerità con il suo sorriso di contadino così difficile da decifrare, ma così seduttore, nel
fatto che avrebbe desiderato essere sindaco: "Perchè Lei, signor Sindaco - diceva - le opere
le vede e le tocca e Lei incontra la gente per la strada, mentre io, sa che faccio? Io mi
limito a firmare decreti!"
Manifestava così la sua amarezza non priva di maestosità, di rappresentante di un potere
astratto, come è la nazione, che non è corporeo, che esiste - e talvolta con grande forza! ma solo nella mente della gente e nei confini falsi e irreali che nelle mappe separano un
paese dall'altro. Forza immensa che ha permesso i maggiori progressi e ha causato le
maggiori catastrofi, però forza ideale e non realtà tangibile.

10

�A Barcellona, dopo 40 anni di dittatura arrivammo in un dato momento, che non fu breve,
ad una continua euforia di impeto costruttivo. Come una primavera che si fa aspettare e
quando arriva sorprende per la sua intensità e la sua bellezza, come quelle gardenie che
tardano tanto a fiorire, che non terminano mai di sbocciare e che nel momento in cui lo
fanno esplodono tutto il possibile in quantità, aroma e nel bianco dei loro petali.
Questo accadde a Barcellona....e continua ad accadere. Ho trascorso otto mesi fuori della
mia città, vivendo a Roma e realizzando quattro viaggi in Americalatina e Nordamerica. In
occasione di questi spostamenti così come per Natale e Pasqua sono tornato a Barcellona.
Ogni volta ho trovato delle novità.
La sensazione che questo produce è difficile da descrivere. Si è giunti negli ultimi 20 anni ,
a valutare Barcellona in termini di migliorie. L'occhio si è abituato non tanto a delle forme
quanto a dei ritmi di evoluzione delle forme. Ritmi sottomessi a principi di qualità talvolta
violati, indubbiamente anche violentati, come quando cade il gancio di cemento di Chillida
o i pezzi di calcinaccio di pietra di Montjuic nell'Eixample, o quando una Torre delle
Comunicazioni, la piccola, quella della Compagnia Telefonica a Montjuic, si trova
duecento metri troppo all'interno di uno scenario; torre che doveva servire a segnare più
all'esterno il punto di riferimento rispettoso e utile.
L'altra torre delle Telecomunicazioni, quella di Foster, risultato di un attento processo di
partecipazione professionale e sociale e quindi di selezione, condotto da Juli Esteban e
Joan Busquets, è meno fuori scala di quanto possa apparire. Un mio amico filosofo mi
raccontava che coprendola alla vista con la mano era possibile recuperare la scala della
Serra di Collserola e l'equilibrio del suo "skyline", che altrimenti risulta miniaturizzato e
ridimensionato dall'enorme rilevanza della torre. Ed è vero: potrete sperimentarlo la
prossima volta che vi recherete a Barcellona. Senza dubbio la torre aldilà della sua
originalità ed eleganza che supera l'immagine eccessivamente funzionale di altre torri del
genere, è pensata alla scala di un'altra e diversa città, più grande di quella che si può
osservare da questo lato della Serra: corrisponde alle dimensioni della città metropolitana,
la città di 3-4 milioni che circonda la Serra da entrambi i lati. Adesso la torre ci orienta con
sicurezza da lontano quando torniamo a casa dal mare o dalla montagna. E quando siamo a
casa ci ricorda che la città vera in cui ci troviamo non corrisponde a quella che vediamo.
Lo dico molto a mio svantaggio perchè sono tra coloro che credono che una città è più
difficile da governare se non la si vede. Tanto è così, che proposi di trasferire il Consiglio
Plenario del Comune all'ultimo piano dell'edificio "Novissimo", una volta soppresse tre dei
dodici piani e e recuperato lo skyline della città vista dal mare. Ho pensato sempre che il
pericolo delle torri, tanto quella delle Comunicazioni come quella della Villa Olimpica,
fosse di stabilire una competizione ripetitiva di questi artefatti, dei quali ogni generazione
ne avrebbe dovuto costruire alcune, pochissime, "cum grano salis". Manhattan e San
Gimignano non sono fenomeni facilmente replicabili.
Gli incidenti architettonici singolari, quando si pongono in un intorno caratterizzato dalla
mobilità sono meno drammatici o per meglio dire, sono atti di un dramma che non finisce
lì, che continua, che non inquieta per la sua irreversibilità.
La fiducia della città verso se stessa diviene allora immensa. L'opera pubblica assume un
credito quasi infinito.

11

�Sono molte le emozioni positive sommate: i giardini di Elias Torres in Villa Cecilia o il
Parco di Beverly Pepper; molte nuove terrazze sulla città, come il poderoso podio di Gae
Aulenti ad ovest di Barcellona, nella uscita del Museo Nazional d'Arte della Catalogna o il
Parco del Migdia, un po' più su, o ancora i bordi laterali del Cinturòn di Acebillo e Manuel
Ribas Piera nella Ronda del Dalt, con viste inedite sopra il piano di Barcellona, e verso le
pendici della Serra che lì iniziano ad inclinarsi, o l'operazione di riqualificazione di punti
della città di scarsa caratterizzazione, come la Piazza del General Moragues, vicino al
ponte di Calatrava, dove la gente dimostrò tutto il suo entusiasmo quando lo scultore
Ellsworth Kelly salì sulla sua sommità a salutare, e che lo fece esclamare: " è la prima
volta che uno scultore viene acclamato come un cantante". Tutto ciò, in breve tempo, ha
fatto della città una realtà poliedrica, come quella di un caleidoscopio.
E' stata ed è un' epoca entusiasmante che gli dei, lo Stato, gli architetti hanno regalato alla
città .., un epoca però che noi (e qui includo la città e gli architetti alla comunità
committente e artefice) abbiamo desiderato ardentemente per decenni, decenni di silenzio,
di frustrazione, di disegni e di ricerche che, senza dubbio, servirono a cristallizzare la più
apprezzata delle gioie dell'ingegneria sociale: il consenso sul progetto, sui grandi progetti.
Mi rendo di trovarmi ad accettare indirettamente che la fase attuale della costruzione e
dell'architettura italiana abbia qualcosa di inevitabile, ma speriamo in quello che i cattolici
chiamano Avvento, oscurità premonitrice e necessaria, rumore di un computer che
computa preventivamente , ansia del giovane che tuttavia non riesce nella realizzazione
matura dei suoi progetti e questo dopo molte vecchiaie e senilità, dopo molto classicismo,
nel paese della memoria, del già fatto, dove il necessario contributo di originalità nella
quale risiede tutta l'arte diviene una prodezza quasi impossibile.
Prendetela come una provocazione amichevole di un "exconsul" della provincia Laietana.
Exconsul che oggi si domanda se i tempi non ci preparino nella nostra città un castigo
futuro, una ricompensa negativa a tante emozioni vissute, a tante realizzazioni in poco
tempo di sogni antichi: un riposo obbligato o dettato per tutti coloro che possono avere la
sensazione di aver già dato alla città, da livelli di governo più alti, tutto quello che la città
si meritava.
La maggior parte delle cose nuove che si vedono a Barcellona sono posteriori al 1992: il
parco del nodo della Trinidad, l'Hotel Arts, l'Illa Diagonal, la Plaza de las Glorias, il Port
Vell, e la Rambla del Mar, il MACBA, il CCCB, i nuovi spazi nella Città Vecchia, il
Museo Barbier-Muller, la riqualificazione del Monastero di Pedralbes, il gotico e il
romanico nuovamente installati nel Museo Nazionale di Catalogna, il Teatro Nazionale il
lento Auditorio di Moneo ancora in costruzione, l'incendio e la ricostruzione del teatro
Liceo, la rivitalizzazione delle strade automobilistiche (Aragon-Guipuzcoa, Meridiana,
Gran Via, Mistral) con marciapiedi ampliati tramite la riduzione della carreggiata centrale
di traffico che si è potuta realizzare grazie alle Ronde (con un abbassamento sul livello del
traffico del 15 %) e il proseguimento della Diagonal verso il mare, il recupero delle aree di
antiche fabbriche per la costruzione di nuovi complessi residenziali, le scale meccaniche a
cielo aperto nei quartieri alti (Carmelo e Città Meridiana), il World Trade Center, e così via
dicendo.
Ma non sono venuto a Reggio Calabria a recitare né un memoriale di elogi, né uno di
desideri incompiuti della mia città, sebbene siano molte le cose che ai livelli più alti di
governo si sarebbero dovute fare in questo periodo - e non si sono fatte - per accompagnare
dall'alto lo sforzo della città, soprattutto sul terreno dei trasporti e delle attrezzature
12

�logistiche e nell'approvazione della nuova Legge Municipale e di tutto quello che essa
rappresenta. Senza dubbio ad una città che migliora tanto e tanto in fretta accade di essere
frenata dall'esterno. Ma essa stessa non ha smesso di migliorare e il freno esterno prima o
poi sparirà.
Spero solo che sappiano che questa città da tanti considerata come modello, questa città
della quale Andrea Rinaldi ha detto con eccesso evidente: "Mentre l'Italia insegue
dormendo il sogno del suo glorioso passato...mentre in Francia l'architettura in piena forma
si palesa in isolate opere monumentali... mentre a Berlino l'IBA e le trasformazioni in atto
dopo la caduta del muro si evidenziano alla scala dell'edificio inteso come volume capace
di ordinare lo spazio circostante, a Barcellona il processo si inverte e le trasformazioni si
originano prima a livello dello spazio pubblico e poi della forma architettonica", anche
questa città, dico, inclusa questa città, soffre di insufficienze e cerca di inventare un futuro
migliore come suggerisce il progetto per il Foro Universale delle Culture.
Perchè questa città non ha nulla di garantito e questo è quello che la rende uguale a tutte le
altre e più sorella con queste.
E' a questo titolo, solo per questo, che mi onoro di accettare la Laurea che mi concedete,
che non concedete a me ma anche alla piccola tribù di architetti (locali e stranieri) ed anche
agli ingegneri, gli economisti, i giuristi, rappresentanti delle comunità di quartiere, le ONG
(Organizzazioni Non Governative), impresari e lavoratori, volontari e funzionari, Sindaci
vari e Consiglieri che hanno contribuito marginalmente da Barcellona a far sì che nel
mondo si pensi che la città ha un rimedio, e che le città non sono la causa dei problemi
della nostra specie, ma solo il loro contenitore e forse, speriamo, lo scenario della loro
soluzione.
Vedo difficile che il mondo possa guadagnare una regola se le città non migliorano, ma
credo possibile che migliorino. Sappiamo che stanno migliorando e chiedo, come Jaime
Lerner, ex sindaco di Curitiba, in Brasile, che le università smettano di parlare della
tragedia urbana per iniziare a contribuire alla sua soluzione; che sarà, non ho dubbi, una
soluzione positiva.

13

�Lección magistral, Reggio-Calabria, martes 26 de Mayo 1998

ARQUITECTURA Y CIUDAD EN UN MUNDO ABIERTO
Pasqual MARAGALL i MIRA

El mundo se nos aparece hoy como una aldea a la que llamamos global. Es decir, que
creemos haber ensanchado los límites de nuestros barrios y calles hasta confines alejados,
gracias a los medios de comunicación, a los viajes, a los cruces familiares y a la mezcla de
culturas.
Sin embargo, mi generación, que ya vivió en los primeros años sesenta en la convicción de
asistir a la mundialización de la política, -- en tiempos de Kennedy, Kruschev y el Papa
Juan XXIII, y del primer Castro, el de los discursos de Sierra Maestra y la entrada en La
Habana --, tiene la obligación de tomar algunas precauciones, después de haber vivido lo
que vino después.
Prefiero hablar de un mundo abierto que de una aldea global o ciudad global; un mundo
abierto al contacto pero también a la incertidumbre.
Creo sinceramente que un mundo de ciudades, -- una Europa de las ciudades en nuestro
caso --, es más atractivo y, lo que resulta determinante, más operativo que el mundo global.
En Europa debemos hablar incluso de una Europa de las regiones y de las ciudades, porque
las culturas que hemos ido creando no siempre han terminado siendo Estados nacionales,
aún siendo en ocasiones culturas nacionales con idioma, literatura y características propias.
Escocia, Flandes, Catalunya, Gales, Galicia, Euskadi, Baviera, etc. serían ejemplos en este
sentido. Irlanda, Eslovenia, Ucrania y otros serían ejemplos de culturas nacionales
europeas que sólo en el siglo XX,-- y algunas muy recientemente--, han obtenido status,
son estado.
Sin embargo, si miramos Europa desde el satélite vemos una constelación de puntos
luminosos. No vemos fronteras, ni estatales ni regionales. Esas constelaciones son las
culturas construidas, físicamente existentes.
Tan sólo observando esa imagen aprendemos ya algo útil sobre el mundo, algo que no nos
dice el concepto de aldea global. La organización de los puntos luminosos, reflejo de las
ciudades, dibuja unos recorridos, señala concentraciones y evidencia vacíos. Se forman
constelaciones densas como el Randstadt, el sur este inglés, el Rühr-Rhin, el triángulo
Génova-Torino-Milán, o la región metropolitana de Nápoles, punto culminante de una
línea costera que aparece como ciudad lineal, lo mismo que ocurre con Barcelona y la
costa mediterránea septentrional española hasta el Golfo de León.
De vez en cuando aparecen estrellas solitarias que normalmente corresponden a capitales
estatales, es decir, son producto no tanto de la aleatoria distribución de las poblaciones en
14

�valles y montes, en costas y llanuras sino de la voluntad racional de un país constituido en
estado,-- o de su monarca --, de ubicar la capital en un determinado punto de la geografía.
Moscú, Petrogrado, Berlín, París, Madrid, casi tanto como Brasilia, muestran una
localización no casual, sino lógica. La lógica de Pedro el Grande o de Felipe II, como la de
Kubitschev en Brasil, o, de nuevo, la de Lenin al devolver la capitalidad a Moscú, era una
lógica de gobierno, una búsqueda de equidistancia o baricentro, una optimización querida
más que un equilibrio hallado.
Es posible que en ciertos casos sea la desertización del entorno provocada por una capital
potente, más allá de los límites de su zona metropolitana de influencia, la que produce la
estrella solitaria.
Este hecho debe hacernos reflexionar. Porque demuestra, contra la hipótesis inicial, la
fuerza de los sentimientos y de las ideas compartidas. Debemos admitir que el mapa que
vemos, ese firmamento invertido que se ve desde el satélite cuando se enfoca el planeta, no
refleja sólo fuerzas materiales y espontáneas sino factores culturales y políticos. Es decir,
que las fronteras, aún si no se ven en ese mapa, actúan sobre él y lo modifican, que el
mundo es aún y quizás más que otra cosa, un mundo de estados,
La apuesta que les propongo, sin embargo, es que, siendo esto verdad, lo es también que el
camino que conduce desde el actual mundo de estados al mundo global, al mundo abierto,
al mundo sin fronteras, es una ruta que pasa por el mundo de las ciudades y por la Europa
de las regiones.
En primer lugar: el mundo global, la ciudad global, el pensamiento de que mi ciudad ya no
existe porque mi auténtica ciudad es el mundo, es una idea poco útil. Se trata de un
concepto paralizante.
Tomemos un ejemplo. En Río de Janeiro 1992, en la Cumbre de la Tierra, donde tantas
cosas buenas sucedieron, no se reparó sin embargo en el carácter ambiguo de algunas de
las conclusiones. “Pensar globalmente y actuar localmente”, se dijo, sin darse cuenta de
que la gente está habituada a pensar antes de actuar y que en consecuencia lo que se les
estaba diciendo es: “No actúe Vd. hasta que no reciba una orden nuestra, una orden global,
surgida del pensamiento global”, que aparece aquí como pensamiento único e inapelable,
igual que el neoliberalismo que nos ha inundado desde aquel noviembre de 1978 en que el
estado de California votó en masa la proposición 13ª contra los impuestos sobre la
propiedad.
El pensamiento global comete errores considerables. En 1974, anunció que el petróleo
duraría 20 años. Y llevamos 24! Otro error: se nos había anunciado que la población
mundial dejaría de crecer en el año 2050, con alrededor de 15.000 millones de habitantes.
Ahora parece que plafonará mucho antes, en el 2015/2020, y con muchos menos
habitantes. Son notables los estragos que la pareja Malthus-Ricardo han venido causando
en nuestras mentes impresionables, aunque también puede pensarse que sus avisos
alarmantes hayan precipitado la solución a los problemas que detectaron. En ese caso,
daríamos sus excesos teóricos por buenas medicinas.
Afortunadamente, en aquel mismo cónclave de Río se dijo otra cosa contraria a la primera:
“Hagan Vd. localmente todo lo que pueda hacerse allí”, como queriendo decir: eviten el
transporte de energía,-- energía pura o cosificada--, tanto como puedan.

15

�Esta afirmación, coetánea y coincidente con el preámbulo del tratado de Maastricht que
afirma que la Unión Europea es una unión cada vez más estrecha entre los pueblos dónde
todo se hará tan cerca como se pueda de los ciudadanos, es en realidad una proclama
revolucionaria que trastorna la constante tendencia de las ideas hacia una universalidad
ingenua, sobre todo a partir de 1789.
En muchas ocasiones la bien intencionada universalidad de nuestras aspiraciones, casi diría
su precipitada universalización, tuvo que ser frenada por la diosa historia, que con la peor
perversidad echó mano de los más eficientes particularismos para hacernos retroceder al
punto de partida: el particularismo de la raza, de la etnia, de la religión, de la lengua y
hasta del acento; el cainismo de las ciudades divididas y de las familias enfrentadas. En
Bosnia las tres comunidades llamadas étnicas son de la misma raza y hablan el mismo
lenguaje, sólo la religión y el acento cambian.
En este punto Vds. se preguntaran qué diablos tiene que ver la arquitectura con todo esto.
Podría decirles, y sería una boutade, pero una boutade verídica, que la pelea entre croatas y
bosnios en Mostar se hizo casi irreversible sólo cuando los croatas del barrio oeste
bombardearon el puente viejo (el Stari Most) que les unía al barrio musulmán del este.
Sólo cuando saltó esta pieza de arquitectura.
Pero bien, más allá de la trágica anécdota, aún hoy por resolver, la arquitectura tiene que
ver con lo que les venía contando porque arquitectura es el arte de construir la ciudad y la
ciudad está ahora volviendo a ser el centro de atención del mundo. Han pasado más de 20
siglos desde que la ciudad apareció como el lugar de la Polis y 15 siglos desde que
desapareció como tal en la llamada larga noche medieval. Para reemerger con timidez o
arrogancia pero siempre fugazmente, en la baja edad media catalano-aragonesa, en la
Hansa y en el renacimiento italiano y para ser finalmente reducida a la categoría de “lugar
en la provincia” a partir del siglo XVI. En aquel instante, los dos mundos, el Viejo y el
Nuevo, empezaron a construir dramáticamente el mundo global, un mundo de naciones; la
ciencia empezó a pensar el planeta Tierra como parte del Universo y la filosofía moral,
algo más tarde, ya en el XVIII, empezó a pensar en su organización política.
Dos cosas deben ser aclaradas aquí. Una: ¿cómo sabemos que la actual globalización es la
definitiva y no otra ingenuidad? Segunda: ¿porqué se supone que la arquitectura construye
ciudades y no simplemente casas y edificios?
La actual globalización no es la buena ni la definitiva. Es una más de las pulsiones
universalizadoras que se han ido sucediendo cíclicamente a lo largo de la historia. A
finales del XIX tanto los financieros como los proletarios eran internacionalistas. Hasta los
aristócratas como el barón de Coubertin lo eran.
El universalismo de Marx en aquella época llegó a un grado importante de consciencia de
sus propios límites cuando anunció que sólo la desaparición de las naciones – para la cual
no fijaba fecha – prepararía el escenario de una sociedad mundial justa.
Pero Marx ignoraba que toda la economía política clásica de la cual formaba parte con
Smith, Malthus y Ricardo, estaba destinada a quedarse corta. La construcción del nuevo
mundo y concretamente la formidable expansión de la agricultura norteamericana, así
como las sucesivas oleadas de emigración europea, hicieron crecer la población
norteamericana no indígena de 4 millones en el momento de la Revolución Francesa a 125
en el inicio de la primera Guerra Mundial, y redujeron, por ejemplo, la población irlandesa
16

�en un 25 % tras el hambre de 1843. Todo esto trastocó las previsiones catastróficas, si bien
redentoras, de una clase obrera universal empobrecida y consciente. Esa clase fue llevada
una y otra vez en Europa a los enfrentamientos nacionalitarios que han convertido nuestro
siglo en una tragedia muy superior a lo que el siglo XIX hacia prever.
También Keynes en 1930 y de nuevo, sin éxito, en 1944-45, defendió la posibilidad de una
moneda mundial y de un auténtico banco mundial, elementos del gobierno mundial que
desde Kant existían virtualmente como propuesta o hipótesis.
Fíjense que hoy estamos asistiendo tan sólo a algunos intentos, difíciles, de crear una
política económica europea para acompañar a la moneda europea que ya ha nacido y de
dotar a la Comisión Europea de un presidente electo, es decir, de empezar a dibujar un
gobierno europeo.
La lección de humildad a que nos han sometido la audacia y la estupidez de nuestras
pretensiones colectivas ha sido en este siglo apabullante.
Se trata de admitir que de momento el mundo global sólo se puede construir a pedazos,
regionalizándolo en su organización y de saber que esa regionalización se establecerá al
nivel que marquen, como tamaño económico mínimo, las economías más grandes. La
creación de los Estados Unidos en 1776 sancionaba para dos siglos más tarde la necesaria
unificación de Europa. ¡Podíamos haberlo pensado antes! ¿Cómo no nos dimos cuenta?
Entre tanto, especialmente en los períodos de paz y de crecimiento económico, el sistema
global tiende a descentralizarse. Relaja las restricciones obligadas por el equilibrio del
terror y la nacionalización de la Polis determinada por ese mismo equilibrio. Dentro de
cada estado-nación las ciudades captan una porción mayor de los recursos públicos, la
educación y la sanidad mejoran a expensas de la defensa, las empresas saltan fronteras y
crean un espacio multinacional en que las ciudades se ofrecen como sedes de sus
establecimientos, compitiendo entre sí para obtener el mayor volumen de inversiones
productivas y de conexiones tecnológicas. El mundo se civiliza.
Pero sólo es un mundo global para algunos y en forma limitada. Es sobre todo un mundo
de ciudades, de lugares dónde las empresas por un lado y los representantes públicos por
otro tratan de hacer frente a las demandas y los problemas de la especie humana.
Parecería lógico apuntar hacia un mundo de ciudades razonablemente regionalizado en
grandes conjuntos (Unión Europea, Mercosur, Grupo Andino, Nafta, etc.) y dotado de unos
principios de comportamiento conocidos por empresas y estados. Volveremos brevemente
sobre esto. Avanzo que ello no significa la desaparición de los estados sino su
transformación de entes productivos y defensivos en entes reguladores de derechos, y
socios activos de uniones transnacionales, cosa que ya está comenzando a suceder – muy
notablemente en la Italia de Prodi y Bassanini y, con dificultades, en la de D‟Alema,
D‟Onofrio y Cacciari, es decir, la Italia de la reforma administrativa y la de la reforma
constitucional --.
Esta es la pulsión universalizadora que nos podemos permitir. Un mundo de ciudades
regionalizado por grandes áreas. Pero sin duda un mundo de ciudades. De otro modo la
gente no lo aceptará. No lo aceptará porque aparecería como un mundo lejano e ignorante
de sus problemas. Globalización, así entendida, y “localización” se dan así la mano.

17

�Queda una segunda aclaración. Las ciudades que componen ese mundo parcialmente
globalizado son el objeto real de la arquitectura.
En ello sigo a los maestros. A los del Renacimiento, a los del movimiento moderno y, hoy,
a Oriol Bohigas, a Richard Rogers y a Renzo Piano.
Y obedezco a mi propia experiencia. En Barcelona, construir casas en la degradada Ciutat
Vella de los primeros 80 no servía de nada si no se actuaba también en sanidad, seguridad
y en urbanismo elemental.
Miren Vds. nosotros llegamos al gobierno de la ciudad en 1979 con la idea equivocada de
que los bajos precios de la vivienda en la Ciutat Vella eran una bendición y empezamos a
hacer planes urbanísticos afectando para equipamiento público todo lo que podíamos.
Error.
Pensábamos que había que actuar de modo que los habitantes de la Ciutat Vella se
quedaran a vivir en ella gracias al mantenimiento de los precios bajos y la nueva oferta de
equipamientos. Otro error. No nos dábamos cuenta de que los precios eran bajos porque la
gente se marchaba. Reaccionábamos así contra una gentrificación que ni se había
producido ni se iba a producir por sí sola. La gente se marchaba a Hospitalet, o a Sant
Andreu (a barrios metropolitanos o periféricos del municipio) en cuanto les aumentaban el
sueldo en la empresa, o tan pronto como una segunda persona de la familia encontraba
trabajo. Sólo los padres ancianos se quedaban por falta de medios y de voluntad de
trasladarse lejos de los lugares dónde toda su vida había transcurrido.
La población de Ciutat Vella ha bajado en un 30 o 40%. Aquellos lugares familiares y
cargados de sentido se iban desertizando. Las afectaciones públicas sin recursos de
inversión inmediatos añadían factores de abandono. La criminalidad iba en aumento. Los
vacíos iban siendo ocupados, en parte, y sólo en parte, por gente que carecía de los medios
precisos para mantener una mínima vitalidad comercial y pública de los barrios, a no ser
mediante la creación de códigos defensivos y ghettos de diversa índole.
La teoría del esquiador era la solución: no sólo urbanismo ni sólo seguridad, sino ambos.
Urbanismo más seguridad, ahora el uno y en seguida el otro. Servicios sociales más
limpieza. Política comercial más vivienda. Prevención antes que corrección, pero en todo
caso prevención y corrección. Ningún dogmatismo, ninguna fórmula mágica. Inversión
pública e inversión privada. Acción pública y ayudas benevolentes. Guerra total a la
miseria.
Primero perdimos, sólo mucho después empatamos y finalmente empezamos a ganar. Y
aún cuando ya ganábamos estallaron las minas abandonadas de antiguos pederastas o el
fariseismo de los contables que se escandalizaban porque se habían comprado y vendido
viviendas a precios distintos. Al igual que mucho antes se habían escandalizado
instituciones benéficas cuando nos pusimos a cerrar las pensiones insalubres donde morían
por poco dinero ancianos para ellos desconocidos y vieron cómo, de repente,
incrementaron sus colas para comer o dormir en alguna parte.
Gobernar la ciudad, es cierto, requiere muchas veces de un cierto disimulo de problemas
lacerantes, en tanto se resuelven sin ofender en exceso la sensibilidad pública – para qué
negarlo. Pero en la mayoría de los casos exige desvelar al público realidades ocultas. El
gobernante pone a la ciudad ante el espejo de sus miserias, en realidad sabidas, solo que
olvidadas, tapadas, ocultas.
18

�Una vivienda nueva en un barrio peligroso no es una vivienda nueva. Esa es la lección que
aprendimos. Esa vivienda nueva se hace vieja rápidamente, como esos chicos y chicas con
cara de ancianos de tanto trabajar demasiado pronto.
La lección es que la riqueza y la miseria colonizan el territorio. La riqueza mediante
precios altos (uptown) y mediante tamaños mínimos de parcela (out of town), y si conviene
mediante policías privadas – como en Caracas; la miseria mediante un arma igualmente
efectiva: el miedo de la clase media a la inseguridad y a la diversidad excesiva..
La verdad es que en la Barcelona tolerante y liberal se redujo la victimación percibida
desde un 25% a un 15% en diez años, es decir, casi a la mitad, mientras en el Londres de la
ley y el orden aumentaba hasta una vez y media también en diez años – bien que lo sabe
Tony Blair, que convirtió este tema en caballo de batalla una vez que la London School of
Economics demostró que el puritanismo radical de Ms. Thatcher y su gobierno condenaba
a los marginales a establecerse sin remedio como tales.
Insistamos por un momento en el carácter colonizador del territorio que poseen tanto la
riqueza como la miseria, porque ello nos lleva a una reflexión metodológica interesante.
A estos efectos externos de los comportamientos de algunos ciudadanos sobre los de otros,
los economistas, mi gremio, les llamamos externalidades, porque son fenómenos que se
producen fuera, en el exterior de las restricciones del modelo. Esas restricciones,
necesarias en todo quehacer científico (no voy a explicar a un público de arquitectos que
un modelo a escala 1:1 añade algo a la colección de los objetos existentes pero nada a la
ciencia que estudia esos objetos), esas restricciones, digo, presuponen en economía la
inter-independencia de las funciones de utilidad y de producción de los distintos individuos
y de las distintas empresas, respectivamente. Toda la teoría del equilibrio de mercado se
basa en la hipótesis de que cada persona optimiza sus decisiones de consumo y de
producción sin relación ninguna con la forma de las funciones de utilidad y producción de
los demás participantes en el mercado. Es cuando esto no ocurre así que la teoría admite
las limitaciones del mercado y la posibilidad de que la intervención pública resulte
justificada. Y no es poca justificación. Las externalidades positivas y negativas, es decir,
las contigüidades entre individuos que producen beneficios imprevistos (mayores
conocimientos en la ciudad, en relación con la vida aislada, que los comprados en el
mercado, p.e.) o perjuicios adicionales (inseguridad ciudadana, etc.) esas externalidades,
repito, no son una base insignificante para construir una teoría robusta de la acción pública
y de la Polis.
Llamo la atención de Vds. sobre la necesidad de adquirir una cierta patente de modestia
antes de lanzarse a la arena de los sermones sobre lo que debería hacerse o simplemente
sobre la necesidad de actuar (en Roma, por ejemplo, esas admoniciones son corrientes). La
gente tiene muy claro que no todo lo público es bueno. Algunos lo tienen excesivamente
claro, como ese encargado de abrir la puerta del camino al cráter del Vesuvio, quien,
pasadas las cinco de la tarde sentencia: “Roma ha dicho que a las cinco y basta; ya se sabe,
los políticos, Italia, tutta la monda ”, como diciendo: vivimos en el reino del absurdo, todo
lo que viene de arriba es malo.
Afortunadamente cuando un país ha adquirido trabajosamente ese espíritu de exigencia que
recomiendo respecto de la acción pública, (a veces dramáticamente por la propia carencia
temporal de sector público, como en la Catalunya anterior a la 2ª República, o la posterior
19

�a la guerra civil), la coraza de auto-exigencia se transforma en actitud propositiva
contundente y fecunda en cuanto se dan las condiciones para la acción.
Este es el origen, según creo, del optimismo exigente de los Bohigas, Solà Morales,
Acebillo, Busquets, Llop, de Lecea, que se desbordó sobre las calles y plazas de Barcelona
a partir de 1980.
Y éste es también el que yo espero que se esté haciendo presente en Calabria y en general
en el Sur de Italia ahora que los excesos de un estatalismo mal entendido y la enfermedad
de la colusión y la “protección” privada empiezan a dejar paso a la libertad creativa. Un
nuevo renacimiento se presiente en la Italia totalmente europea de hoy, que resuelve
satisfactoriamente una ecuación que no se le plantea a España, a saber, la de edificar una
sociedad moderna en un espacio que atraviesa tantos paralelos como los que van de
Alemania al Norte de Africa. El rol de las ciudades en ese proceso está siendo decisivo.
Vds. están culminando su periodo de gestación de ideas nuevas, el período de la química
del consensus building, mucho más largo y lento que el de la física de la transformación
urbana. Las obras, aunque a veces nos parezcan una eternidad, son rápidas en comparación
con el tiempo empleado en la generación de consensos sobre los grandes proyectos.
Gioia Tauro, el puente de Messina, el tercer carril de la autopista, la llegada del tren de alta
velocidad etc.. habrán sido proyectos largamente esperados, pero no por ello menos
revolucionarios en el momento de su realización, ni menos cargados de efectos.
Detengámonos un momento en este punto antes de entrar en la parte final de la disertación.
Es probable que la justicia histórica consistiera, de existir, en una especie de distribución
salomónica de los grandes proyectos a lo largo de las décadas y de los distintos territorios,
posiblemente con un ligero favoritismo a favor de los territorios alejados del centro del
sistema de ciudades, para compensar el hecho de que la proximidad al centro trae consigo
una densidad de contactos que hace innecesario el shock exterior o instantáneo de las
grandes iniciativas. (Digo favoritismo ligero para no salirme de la modestia metodológica
con respecto a la acción pública).
Esa distribución ideal debería ser consciente de una especie de derecho humano nunca
formulado – pero presente en la historia y que explica, por ausencia, muchas rebeliones –
según el cual todos tendríamos que haber vivido algún momento de esperanza y alguno de
realización en el curso de nuestras vidas.
El hecho es que ese ciclo está lejos de producirse. La generación de mi abuelo paterno
(1860-1911) no llegó a vivir ninguna gran guerra. Karl Polanyi llegó a bautizar como “100
años de paz” a los que transcurrieron desde el final de la última guerra napoleónica y el
inicio de la primera guerra mundial. Inútil insistir en el porqué del internacionalismo
generalizado del cambio de siglo.
En cambio la generación de mi padre, que nació en el mismo 1911, vivió enseguida una
guerra mundial, una guerra civil terrible (la primera en que una gran ciudad fue
bombardeada desde el aire – Barcelona – y otra totalmente destruida – Guernica - ), y una
segunda guerra mundial, en la cual dos grandes ciudades fueron arrasadas ya con una sola
bomba.

20

�Recordemos aquí a Kenzaburo Oé, el premio Nobel japonés que decidió escribir sobre el
absurdo de Hiroshima por el absurdo presente en su propia vida familiar. Oé creo que dijo
de Hiroshima que la tragedia de la desaparición de la ciudad es que la muerte de una
persona no impide su pervivencia en la memoria de los demás, en tanto que la muerte de
una ciudad equivaldría a la desaparición de la memoria misma. Muere cada persona y cada
una de las que han convivido con aquella. Desaparece la memoria.
Es claro que no hay justicia distributiva en la historia y, sin embargo, o por eso mismo,
debemos esperar agazapados el paso del tren de la fortuna, y si es preciso construirle a la
fortuna un atajo. En eso consisten los grandes eventos. Algunas veces no son más que
anuncios de una era largamente esperada, excusas que la historia se toma para presentarse
de repente, espléndida, con el regalo de los sueños cumplidos.
Llamemos de nuevo a la arquitectura a su cita con la historia. La mejor noticia para las
víctimas del terror vasco, incluidas las familias de los propios terroristas, es la
inauguración del Museo Guggenheim de Bilbao y, por supuesto, la evolución de las cosas
en Irlanda del Norte. El Museo de Ghery y el Metro de Foster, han roto el maleficio de una
ciudad (y esperemos también de un país) solo vistos en función de la tragedia y de la
muerte y que empiezan de nuevo a ser imaginados como escenario de la construcción y de
la vida, frustrando así la obsesión temerosa que es técnicamente el objeto de toda política
de terror.
La Expo de Lisboa, los Juegos de Barcelona, el tren de alta velocidad en Sevilla, con
motivo de la Expo del 92, he aquí otros tantos momentos en que la chispa del
acontecimiento parece haber puesto en marcha el motor de la evolución.
Fui uno de los pocos catalanes que se alegraron públicamente del tren de alta velocidad
Madrid-Sevilla aún sabiendo que el Madrid-Barcelona y el Barcelona-frontera francesa
eran más rentables, y conociendo la parsimonia excesiva que este tema tiene en las agendas
de Madrid y París. Acepté por bueno el argumento de Felipe González en el sentido de que
el tren Madrid-Francia acabaría por hacerse y de que en cambio no era tan evidente que el
Madrid-Africa llegase a existir en muchísimo tiempo. Defendí que era interesante para
Barcelona no ser un cul-de-sac, no ser el nuevo nombre del sur de Francia, sino terreno de
paso para el eje centroeuropa-penínsulaibérica, entendiendo que ésta era y es una reserva
de riqueza cultural y económica para la acción de mi ciudad y no sólo un lastre o una
amenaza como algunos creen y, digámoslo todo, como la historia, desgraciadamente, ha
demostrado más de una vez. A Barcelona le interesa una península ibérica rica y feliz y no
lo contrario, una España cabeza de puente hacia Latinoamérica y el Magreb y no
interiorizada y quejosa.
Si los valles del Pirineo, antes opuestos entre sí, han aprendido a colaborar; si en la
ceremonia de perforación del túnel del Puymorens, en la línea Barcelona-PuigcerdàToulouse, estaban presentes los alcaldes o cónsuls de Andorra, que son partidarios de otros
túneles y otros ejes, las ciudades no pueden ser menos. Lo digo porque Reggio-Calabria
debe apostar fuertemente por el puente con Sicilia, independientemente de por dónde pase
con exactitud. No es un problema, creo, de bares en la carretera, sino de fertilización del
hinterland. [CONSULTAR F ZAGARI]
El mundo de ciudades va a ser muy competitivo pero precisamente no admite nostalgias ni
excusa pasividades. Se trata de elegir la mejor solución y apostar fuerte por ella. Y si no es
la buena, cambiarla.
21

�Se trata también de hacer y de explicar. La gente quiere hechos pero quiere también y
además la explicación de los hechos. Quiere ver y tocar pero también escuchar.
En una de las últimas sesiones de mis seminarios en la universidad romana constaté hace
pocos días la fuerza que tiene la inercia de muchos años de pesimismo aceptado, aún ante
la evidencia de que las cosas cambian.
Propuse entonces un análisis lúcido de las dificultades y las virtudes de Roma como
preámbulo para un teórico Plan Estratégico.
En el lado pasivo la carencia de sentido del presente como antesala del futuro; la carencia
de moral de lucha; y la carencia de un leadership simple. En el lado de los activos, aparte
de los ya sabidos y archisabidos puntos fuertes de Roma, una reflexión sobre la
sostenibilidad y otra sobre la vocación de la ciudad.
Quizás en alguna medida estas ideas sean válidas para otras ciudades italianas que conozco
menos.
El pasado pesa tanto aquí que el futuro es un tema menor.
En comparación con Madrid y Barcelona, Roma vive en el peor de los dos mundos: es la
capital, ya lo hemos visto, culpable de todo, y sin embargo – o por eso mismo – el estado
no invierte en ella mas que una pequeña proporción de lo que los romanos consideran
mínimo necesario. Por otra parte, siendo una ciudad que depende mucho de sí misma,
incomparablemente más que Madrid o París, no puede formular una mística o una épica de
ciudad-ciudad, de selfmade city, como Barcelona: nadie se lo creería, al menos de entrada.
La sobreposición de los poderes religioso, cultural-arqueológico y municipal, siendo así
que éste último es más fuerte y está más legitimado que nunca, no facilita las cosas.

En cambio Roma debería reflexionar con más tranquilidad sobre el hecho de que ninguna
ciudad se ha demostrado por el momento sostenible a largo plazo con las actuales
prestaciones. ¿No hablamos sin cesar de sostenibilidad? Pues bien, Roma es más
sostenible,-- en los términos en que funciona, ciertamente no óptimos --, que bastantes
ciudades que hoy parecen bien colocadas. Roma conoce el arte de envejecer dignamente y
no es seguro que este arte no vaya a ser necesario al final para casi todas las grandes
ciudades. Para empezar los romanos poseen un alto grado de capacidad de convivir con un
medio intocable, estrecho, y cargado de símbolos; y un aprovechamiento remarcable del
espacio/tiempo. Deberían sacar mayor provecho de esas cualidades.
Dicho esto, es evidente que nadie puede subsistir sólo conservando. Si no hay nueva
construcción la ciudad no se sostiene, ni siquiera lo viejo pervive. Todas las ciudades
deben hallar su propia fórmula de combinar los símbolos existentes con los nuevos. Sin
éstos últimos la antigüedad se convierte en repetición.
Por último, ninguna ciudad del mundo tiene tantos créditos como las ciudades italianas
para entender y representar a un mundo que es cada vez más un mundo de ciudades. Los
franceses y los españoles, y los ingleses, pueden saber más de naciones y hasta de
imperios, porque los suyos fueron más recientes. Pero nadie puede enseñar mucho, ni a
22

�Roma ni a las ciudades italianas, respecto de lo que es una ciudad y de lo que una ciudad
significa.
Y les aseguro que el futuro de las naciones se va a jugar en la eficiencia de sus sistemas de
ciudades.

FINAL
La experiencia de un Alcalde no se puede explicar del todo sin una confesión, entre
muchas.
Se trata de la emoción con que por arte de la arquitectura y de la construcción aparecen en
la ciudad nuevos símbolos destinados a durar.
No me refiero tanto a la función como al valor de esos artefactos construidos. Plazas o
casas, árboles plantados en un determinado sitio o en un orden determinado, monumentos
nuevos o recuperados o desplazados, mobiliario urbano más o menos estable y resistente,
escuelas, aceras y paseos, torres de comunicación, muros de contención, diques, teatros:
todos ellos son teatro de la vida, mensajes lanzados más o menos conscientemente como
botellas en el mar al curso de la historia, referencias a veces excesivas de nuestro paso por
la ciudad, pero en todo caso visibles, corpóreas, criticables, acción devenida objeto, que
miles de ojos miraran con respeto o ignorarán, que miles de manos y pies pisarán, o
tocarán o cambiarán, y que hacen de la ciudad uno de los pocos conceptos resistentes de
nuestro presente y de nuestro futuro, uno de los conceptos más universales, porque
universal y común es la experiencia que de ellas tenemos.
Pues bien, si hay una profesión que tiene la llave de su modificación, con permiso del
sovraintendente, erigido en controlador de esos valores, dramático deber virtual e
incumplible, esa profesión es la de Vds., lo cual les convierte a Vds., a su profesión, en uno
de los sueños más extendidos entre la juventud, a la altura de los actores de esa
construcción inmaterial pero mágica que es la representación escénica. No por casualidad
el Congreso de la UIA en Barcelona en 1997 se convirtió en un dualístico rito de masas y
vedettes, todos de la misma profesión.
(Debo decir que estoy muy agradecido a Norman Foster y Kenneth Frampton por haber
captado al vuelo de qué se trataba y haber aceptado convertir la Plaza dels Angels, también
llamada de las Nacions, delante del blanco del MACBA, en el escenario del mejor debate
arquitectónico. Posiblemente ningún congreso de arquitectos pueda ya privarse en delante
de un debate en la dura piedra de la ciudad y el foro y el ágora vuelvan a su función).
El primer presidente de la Generalitat restituida, Josep Tarradellas, insistía entre irónico y
sincero, con esa sonrisa de campesino tan difícil de descifrar, pero tan seductora, en que él
hubiera deseado ser alcalde, "Porque Vd. señor alcalde, decía, las obras las ve y las toca, y
Vd. a la gente la encuentra por la calle, y yo ¿sabe qué hago? ¡Yo sólo firmo decretos!".
Expresaba así la amargura no exenta de majestad del representante de un poder abstracto,
como es la nación, que no es corpóreo, que existe ¡y con qué fuerza a veces! pero sólo en
la cabeza de la gente y en las líneas falsas o irreales que en los mapas separan a un país de
otro. Fuerza inmensa que ha permitido los mayores progresos y causado las mayores
catástrofes, pero fuerza ideal, no realidad tangible.
23

�En Barcelona, después de 40 años de dictadura, llegamos, en un momento dado, que no fue
corto, a una euforia continuada de eclosiones constructivas. Como una primavera que se
hace esperar y cuando llega sorprende por su intensidad y su belleza, como esas gardenias
que tardan tanto en salir, que nunca acaban de florecer, pero cuando lo hacen desbordan lo
imaginable, en cantidad, en aroma y en el blanco de sus pétalos.
Eso ocurrió en Barcelona... y sigue ocurriendo. He estado ocho meses fuera, viviendo en
Roma y realizando cuatro desplazamientos a Latinoamérica y Norteamérica. En esos
desplazamientos y también en Navidad y Semana Santa he vuelto a pasar por Barcelona.
Cada vez he encontrado cosas nuevas.
La sensación que esto produce es difícil de describir. En Barcelona se ha llegado en los
últimos 20 años a equiparar ciudad con mejora. El ojo se ha acostumbrado no a unas
formas sino a unos ritmos de evolución de las formas. Ritmos sometidos a unos principios
de calidad algunas veces violados, sin duda, incluso violentados como cuando cae el garfio
de hormigón de Chillida o cascotes de piedra de Montjuic en el Ensanche, o cuando una
torre de comunicaciones, la pequeña, la de Telefónica en Montjuic, se ubica doscientos
metros dentro de un escenario que debía haber punteado, en todo caso, desde fuera, como
una referencia respetuosa y útil.
La otra torre de comunicaciones, la de Foster, resultado de un cuidadoso proceso de
aceptación profesional y social, y luego de selección, conducido por Juli Esteban y Joan
Busquets, está menos fuera de escala de lo que pueda parecer. Un filósofo amigo me decía
que tapándola de la vista con la mano se recuperaba la escala de la sierra y el equilibrio de
su skyline, que de otro modo resulta miniaturizado, encogido por la relevancia inmensa de
la torre. Y es verdad: pueden probarlo la próxima vez que vayan a Barcelona. Sin embargo,
la torre aparte su originalidad y elegancia, que supera el funcionalismo excesivo de las
torres habituales de hormigón, está hecha a escala de otra ciudad distinta y mayor que la
que se ve de éste lado de la sierra: corresponde a la escala de la ciudad metropolitana, la
ciudad de 3-4 millones que rodea la sierra por los dos lados. Ahora la torre nos sitúa muy
pronto, desde lejos, cuando volvemos a casa desde la montaña o la costa. Y cuando
estamos en casa nos recuerda que la ciudad real en la que estamos no es exactamente la
que vemos.
Lo digo muy a pesar mío, porque soy de los que creen que una ciudad es más difícil de
gobernar si no se ve. Tanto es así que propuse trasladar el consejo plenario del
Ayuntamiento al último piso del edificio Novísimo, una vez suprimidas tres de las doce
plantas del mismo y recuperado el skyline de la ciudad vieja desde el mar. Siempre pensé
que el peligro de las torres, tanto las de comunicaciones como las de la Villa Olímpica, era
el de abrir una competición multiplicadora de esos artefactos, de los cuales cada
generación debería construir unos pocos, poquísimos, cum grano salis. Manhattan y San
Giminiano no son fenómenos fácilmente replicables.
Los incidente arquitectónicos singulares, cuando suceden en un entorno caracterizado por
la movilidad, son menos dramáticos, o mejor dicho, son actos de un drama que no termina
ahí, que sigue, que no inquieta por su irreversibilidad.
La confianza de la ciudad en sí misma es entonces inmensa. El crédito de la acción pública
es casi infinito.

24

�Muchas emociones positivas sumadas, como los jardines de Elias Torres en Villa Sicilia o
el parque de Berverly Pepper, muchos balcones nuevos sobre la ciudad, como el portentoso
podium de Gae Aulenti sobre el oeste de la ciudad, o el Parc del Migdia un poco más
arriba, o aún los bordes laterales del cinturón de Acebillo en la Ronda de Dalt con vistas
inéditas sobre el llano de Barcelona y hacia la ladera de la sierra que allí empieza a
empinarse, o la operación de llenar de sentido puntos de la ciudad carentes de lectura,
como la plaza del General Moragues junto al puente de Calatrava dónde la gente estalló de
alegría cuando el escultor Ellsworth Kelly subió a la tarima a saludar, lo que le hizo
exclamar: ¡es la primera vez que un escultor es aclamado como un músico!
Todo ello ha hecho de la ciudad una realidad poliédrica, casi un caleidoscopio, en menos
tiempo del que habitualmente se emplea en cambiar la visión de un objeto complejo.
Ha sido y es una época énivrante que los dioses, el estado y los arquitectos han regalado a
la ciudad... pero que nosotros (y ahí incluyo a la ciudad y los arquitectos, a la comunidad
comitente y artífice) habíamos buscado denodadamente durante décadas, décadas de
silencio, de frustración, de esbozos y de búsquedas que, sin embargo, sirvieron para
cristalizar la más preciada de las joyas de la ingeniería social: el consenso sobre proyectos,
sobre grandes proyectos.
Soy consciente de estar retándoles a Vds. indirectamente a aceptar que la fase actual de la
construcción y de la arquitectura italianas tiene algo de inevitable, y esperemos, de lo que
los católicos llaman adviento, oscuridad precursora y necesaria, ruido de ordenador que
computa previamente, desasosiego del joven que todavía no accede a la realización madura
de sus proyectos, y eso después de muchas vejeces y senectudes, de mucho clasicismo, en
el país de la memoria, de lo ya hecho, dónde la necesaria adición de originalidad en que
todo arte consiste deviene una proeza casi imposible.
Tómenlo como una provocación amistosa de un excónsul de la provincia Layetana.
Excónsul que hoy se pregunta si los tiempos no nos depararán en nuestra ciudad un castigo
futuro, una compensación negativa a tanta emoción vivida, a tanta realización de sueños
antiguos en poco tiempo: un reposo obligado o dictado por los que pueden tener la
sensación de que ya dieron a la ciudad, desde niveles de gobierno más altos, todo lo que se
merecía.
La mayor parte de la cosas que se ven hoy nuevas en Barcelona son posteriores a 1992: el
parque del nudo de la Trinidad, el Hotel Arts, l„Illa Diagonal, la plaza de las Glorias, el
Port Vell y la Rambla del Mar, el MACBA, el CCCB, los nuevos espacios en la Ciutat
Vella, el museo Barbier-Müller, la renovación parcial del monasterio de Pedralbes, el
gótico y el románico nuevamente instalados en el Museo Nacional de Catalunya, el Teatro
Nacional, el lento Auditorio de Moneo aun sin terminar, el incendio y reconstrucción del
Liceo, la civilización de las avenidas automovilísticas (Aragón-Guipuzcoa, Meridiana,
Gran Via, Mistral) con aceras ampliadas gracias a la disminución del tráfico central
permitida por las rondas (menos 15%), el avance de la Diagonal hacia el mar, la
recuperación de las antiguas fábricas de material ferroviario para vivienda, las escaleras
mecánicas al aire libre en los barrios altos (Carmelo y Ciudad Meridiana), el World Trade
Center y así iríamos siguiendo.
No he venido a Reggio-Calabria a recitar ni un memorial de elogios ni uno de agravios de
mi ciudad aunque son muchas las cosas que los niveles más altos de gobierno deberían
haber hecho y no han hecho en este periodo para acompañar desde arriba el esfuerzo de la
ciudad sobretodo en el terreno de los transportes y de la logística. Y en la aprobación de la
25

�nueva ley de la ciudad y todo lo que ello representa. Sin duda a una ciudad que mejora
tanto y tan deprisa debía llegarle un freno exterior. Pero ella misma no ha dejado de
mejorar y el freno exterior saltará tarde o pronto.
Sólo quiero que sepan que ésta ciudad por tantos considerada como modelo, ésta ciudad de
la que Andrea Rinaldi ha dicho con exceso evidente: “ mentre la Italia insegue dormendo
el sogno del suo glorioso passato ... mentre in Francia la architettura en piena forma si
visualizza in isolate opere monumentali ... mentre a Berlino l‘IBA e le trasformazioni in
atto dopo la caduta del Muro si evidenziano alla scala dell‘edificio inteso come pieno
capace di ordinare lo spazio circostante,... a Barcellona il processo si inverte e le
trasformazioni si originano prima al livello dello spazio pubblico e poi della forma
architettonica“, - sólo quiero que sepan que también ésta ciudad, incluso esta ciudad, sufre
de insuficiencias e inventa futuros mejores, como el sugerido por el proyectado Forum
Universal de las Culturas.
Porque esta ciudad no tiene nada garantizado. Y esto es la que la hace igual a todas las
demás y más hermana de ellas.
Es con éste título, sólo con éste, que me atrevo a aceptar la Laurea que Vds. me
conceden, que no me conceden a mí sino a la pequeña tribu de arquitectos (locales y
forasteros) pero también ingenieros, economistas, juristas, representantes vecinales, ONGs,
empresarios y trabajadores, voluntarios y funcionarios, alcaldes varios y concejales que
han contribuido marginalmente desde Barcelona a que en el mundo se piense que las
ciudades tienen remedio, es más que las ciudades no son la causa de los problemas de
nuestra especie sino su contenedor y quizás, esperemos, el escenario de su solución.
Veo difícil que el mundo se arregle si las ciudades no mejoran y creo posible que mejoren.
Sabemos que están mejorando. Y pido, como Jaime Lerner, exalcalde de Curitiba, Brasil,
que las universidades dejen de relatar la tragedia urbana para empezar a contribuir a su
desenlace, que será un desenlace positivo, no lo duden.

26

�</text>
                  </elementText>
                </elementTextContainer>
              </element>
            </elementContainer>
          </elementSet>
        </elementSetContainer>
      </file>
    </fileContainer>
    <collection collectionId="17">
      <elementSetContainer>
        <elementSet elementSetId="1">
          <name>Dublin Core</name>
          <description>The Dublin Core metadata element set is common to all Omeka records, including items, files, and collections. For more information see, http://dublincore.org/documents/dces/.</description>
          <elementContainer>
            <element elementId="50">
              <name>Title</name>
              <description>A name given to the resource</description>
              <elementTextContainer>
                <elementText elementTextId="51">
                  <text>01.01.02. Activitat acadèmica</text>
                </elementText>
              </elementTextContainer>
            </element>
            <element elementId="41">
              <name>Description</name>
              <description>An account of the resource</description>
              <elementTextContainer>
                <elementText elementTextId="35660">
                  <text>Recull la documentació relacionada amb l'activitat acadèmica de Pasqual Maragall:&#13;
- Escola primària: Escoles Virtèlia (1945-1957).&#13;
- Llicenciatura en Dret: Facultat de Dret de la Universitat de Barcelona (1957-1964).&#13;
- Llicenciatura en Econòmiques: Facultat d'Econòmiques de la Universitat de Barcelona (1958-1965).&#13;
- Pràctiques de Dret Europeu (1963): estada a Estrasburg (França) per realitzar unes pràctiques de Dret Europeu a la Facultat Internacional de Dret Comparat.&#13;
- Pràctiques a Roma (1964): beca per estudiar planificació regional a la SVIMEZ (Associazione per lo SVIluppo dell'industria nel MEZzogiorno).&#13;
- Pràctiques amb Delors a París (gener-juny 1966): beca del Govern francès per l’estudi de planificació regional. Realitza unes pràctiques com a economista a l'Association pour l'organisation des STages En France (ASTEF) on obté el Diploma de planificació sectorial i regional. Les pràctiques les fa al Comissariat del Vè Pla amb el professor Jacques Delors.&#13;
- Postgrau a la New School for Social Research, New York, amb beca Fulbright (setembre 1971-setembre 1973): Master of Arts en economia, especialitzat en economia internacional i economia urbana.&#13;
- Doctorat (02/03/1979): en Ciències Econòmiques a la UAB. La tesi doctoral Els preus del sòl urbà. El cas de Barcelona (1948-1978), la va dirigir el catedràtic Josep Maria Vegara Carrió i va obtenir una valoració "Summa cum laude".</text>
                </elementText>
              </elementTextContainer>
            </element>
            <element elementId="51">
              <name>Type</name>
              <description>The nature or genre of the resource</description>
              <elementTextContainer>
                <elementText elementTextId="35661">
                  <text>Sèrie</text>
                </elementText>
              </elementTextContainer>
            </element>
            <element elementId="40">
              <name>Date</name>
              <description>A point or period of time associated with an event in the lifecycle of the resource</description>
              <elementTextContainer>
                <elementText elementTextId="43841">
                  <text>1945-1979</text>
                </elementText>
              </elementTextContainer>
            </element>
          </elementContainer>
        </elementSet>
      </elementSetContainer>
    </collection>
    <itemType itemTypeId="22">
      <name>No tenen tipus</name>
      <description>Tipo temporal para mapear las fichas sin tipo a la base resource template de Omeka S</description>
    </itemType>
    <elementSetContainer>
      <elementSet elementSetId="1">
        <name>Dublin Core</name>
        <description>The Dublin Core metadata element set is common to all Omeka records, including items, files, and collections. For more information see, http://dublincore.org/documents/dces/.</description>
        <elementContainer>
          <element elementId="50">
            <name>Title</name>
            <description>A name given to the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27880">
                <text>Lezione Magistrale di Pasqual Maragall i Mira, honoris causa  della Università degli Studi Mediterranea di Reggio Calabria</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="44">
            <name>Language</name>
            <description>A language of the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27881">
                <text>Italià</text>
              </elementText>
              <elementText elementTextId="27882">
                <text> Castellà</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="81">
            <name>Spatial Coverage</name>
            <description>Spatial characteristics of the resource.</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27883">
                <text>Università degli Studi Mediterranea (Reggio Calabria)</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="53">
            <name>Abstract</name>
            <description>A summary of the resource.</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27885">
                <text>Lliçó magistral de Pasqual Maragall llegida en la recepció de la distinció honoris causa en Arquitectura de la Università degli Studi Mediterranea de Reggio Calabria.</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="51">
            <name>Type</name>
            <description>The nature or genre of the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27886">
                <text>Conferència</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="42">
            <name>Format</name>
            <description>The file format, physical medium, or dimensions of the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27887">
                <text>Textual</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="39">
            <name>Creator</name>
            <description>An entity primarily responsible for making the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27889">
                <text>Maragall, Pasqual, 1941-</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="49">
            <name>Subject</name>
            <description>The topic of the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="28097">
                <text>Globalització</text>
              </elementText>
              <elementText elementTextId="28098">
                <text>Ciutats</text>
              </elementText>
              <elementText elementTextId="28099">
                <text>Europa</text>
              </elementText>
              <elementText elementTextId="28100">
                <text>Barcelona</text>
              </elementText>
              <elementText elementTextId="28101">
                <text>Arquitectura</text>
              </elementText>
              <elementText elementTextId="28102">
                <text>Alcaldes</text>
              </elementText>
              <elementText elementTextId="28103">
                <text>Model social</text>
              </elementText>
              <elementText elementTextId="28104">
                <text>Acció política</text>
              </elementText>
              <elementText elementTextId="28105">
                <text>Homenatges i distincions</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="40">
            <name>Date</name>
            <description>A point or period of time associated with an event in the lifecycle of the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="41352">
                <text>1998-05-26</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
        </elementContainer>
      </elementSet>
      <elementSet elementSetId="4">
        <name>EAD Archive</name>
        <description>The Encoded Archival Description is a common standard used to describe collections of small pieces and to create hierarchical and structured finding aids.</description>
        <elementContainer>
          <element elementId="98">
            <name>Level</name>
            <description>The hierarchical level of the materials being described by the element (may be other level too).</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27888">
                <text>Document</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
        </elementContainer>
      </elementSet>
    </elementSetContainer>
    <tagContainer>
      <tag tagId="1">
        <name>Discursos i conferències</name>
      </tag>
    </tagContainer>
  </item>
  <item itemId="1743" public="1" featured="0">
    <fileContainer>
      <file fileId="1347">
        <src>http://78.47.125.110/files/original/23/1743/0000001382.pdf</src>
        <authentication>7096b2dcdbf677621f7c75e744f23945</authentication>
        <elementSetContainer>
          <elementSet elementSetId="5">
            <name>PDF Text</name>
            <description/>
            <elementContainer>
              <element elementId="118">
                <name>Text</name>
                <description/>
                <elementTextContainer>
                  <elementText elementTextId="42944">
                    <text>VOLUNTAT
DE CANVI
Intervenció de
Pasqual Maragall
en la presentació
del document

Per Catalunya

PSCl!

Palau de la Música
9 de setembre 1998

�VOLUNTAT DE CANVI
Intervenció de Pasqual Maragall
en la presentació del document
Per Catalunya

Palau de la Música. 9 de setembre 1998

PSCl!

�Introducció
Avui hem de parlar una mica del lloc on som,
des del punt de vista del desenvolupament constitucional i estatutari, i faré unes propostes. Us
ho avanço, perquè sembla que hi ha un joc consistent en veure qui ensenya primer les cartes. Si
ens hi fixem bé, aquests que demanen que ensenyem les cartes no les ensenyen. 0, si les ensenyen, són tan diferents que no lliguen, són cartes que no lliguen.
A Convergència i Unió, per exemple, el mateix
dia, em penso, van fer públics dos documents.
Un era confederal, o confederalista, que és el document de treball adjunt a l'anomenada
Declaració de Barcelona. L'altre era una declaració de la Fundació Barcelona, en què es parlava,
més aviat, de transitar des del nacionalisme cap

11

�al catalanisme . Per tant, com veieu, hi ha un ventall amplíssim, un camp en el què tot hi és possible, ben lluny del que són les cartes definitives
i el projecte que esperem encara de
Convergència i Unió.

Haurem de parlar de
quin és el tap que
no acaba de saltar
en aquest procés de
definició franca i
oberta de
Catalunya.

D'Unió, per altra banda, podem dir que ells sí
que havien estat sem p re confederals: en els
seus estatu ts h o són. Així com el PSOE és federalista des de l'any divuit, Unió, des que va
néixer és confederal i parla de confederació.
Tanmateix, el dia que es va presentar el document de la confederació, el president d 'Unió
no hi era. No és que no hi fo s, no hi va voler
ser. Ara s'ha recuperat, ha anat a fer una visita
de sup ort a aquest document, però la seva primera reacció, el seu primer instint de prudència política, era no ser-hi, aquell dia i a aquella
hora, i sota aquell n om.
En el cas d'Esquerra Republicana, d 'altra banda, Heribert Barrera va definir, en unes declaracions molt interessants, en un diari de la ciutat, ara fa un mes aproximadament, que
Esquerra Republicana era autodeterminacionista, que Esquerra Republicana no era per definició independentista, no ho ha via estat al seu
ini ci i no ho era ara. I deia qu e, en I'autodeterminisme hi cabien l'independentisme, el federalisme, la sobirania compartida i l'autonomia
política forta.
De manera que tenim de tot menys precisions. N osaltres en donarem algunes. Haurem
de parlar de quin és el tap que no acaba de
saltar en aquest procés de definició franca i
oberta de Catalunya re specte de sí mateixa i

de l'entorn que l'envolta. Parlarem del desig
de canvi a Catalunya i de les co ses que s'han
deixat de fer com a agenda primera del que
aquest desig de canvi ha d'aconseguir portar
a la pràctica.
Probablement ens obligaran a dos anys de
posar-nos al dia; probablement el programa
immediat d'un nou govern haurà de ser el de
posar a zero els rellotges de les coses que s'han endarrerit, de totes les coses que estan
pendents, que havien estat previstes anys
enrere. Però aban s vull fer una invitació
molt especial.

Relectura de la Constitució
Cada generació fa la seva relectura de la constitució sota la qual viu el país. Han passat vint
anys . La Constitució, com ha dit en Narcís
Serra, no especificava ni tan sols quines eren ni
com es deien les nacionalitats i les regions que es
preveien. Potser és el moment en què tranquil-lament, serenament, definim qui és nacionalitat i
qui és regió. Alguns diuen: "Bé, alçar la tapa d'aquesta caixa de Pandora ens pot portar a una situació realment difícil" . Crec sincerament que
vint anys d'experiència en la convivència amb
aquesta formulació i amb el descabdellament del
qu e ha estat l'Estat de les autonomies, ens permet anar a la definició que ens cal, sense precipitacions. I ens cal, no perquè sí, no per nominalisme, sinó perquè tenim la impressió tots
plegats que la Constitució va ser una ambigüitat
calculada.

�Els grans politics sempre han dit que les constitucions ho havien de ser, d'ambigües; ho va dir
Napoleó: com més curtes i més confuses millor.
Perquè probablement el que fan és cobrir amb
un vel de silenci el que són els problemes que en
aquell moment no es poden resoldre. Però vint
anys després -ha passat una generació-- hem
d'estar en condicions d'especificar coses que la
Constitució deixava ambigües i una d'aquestes
coses molt especialment: l'assumpte de les nacionalitats i les regions.
Si nosaltres demanem aixo, se'ns demanarà,
amb legitimitat, que Catalunya respecti les condicions d'estabilitat del sistema, és a dir, que
Catalunya no faci el que altres nacionalitats i regions del món federal fan. A cada contesa electoral, segons els resultats, si hi ha un resultat mitjanament favorable, o que es pugui llegir com a
favorable, per les forces que són partidàries de la
secessió o la independència, plantegen l'autodeterminació i la consulta autodeterminista.
En el món de l'empresa, i en el món de la política és exactament igual, tothom ha de ser conscient de quines són les condicions d'estabilitat
del sistema en què està immers i ningú no pot ignorar que un sistema que es sotmet constantment a la pregunta "què som?" i "com està format essencialment el sistema?" és un sistema que
no funciona. Per dir-ho molt clarament: les inversions nord-americanes dels Estats Units van
de Montreal a Toronto en el moment que el capital americà, poruc com tots els capitals - i
amb això no els estic dient res que no sàpiguen- s'adona que les condicions en les quals
ha fet les inversions a mig termini poden perillar.

I no m'estic referint només a aquest tipus d'estabilitat, també a l'estabilitat dels plans que fan les
persones, les famílies, els individus i les petites
empreses. No és només una qüestió d'estabilitat
del capital financer, que ja sabem que és molt
més volàtil i molt més sensible. M'estic referint
al fet que un país no pot anar endavant si no sap
amb una mínima certesa que les coses aniran
evolucionant amb un ritme que permeti fer càlculs de futur.
Si un país no pot fer càlculs de futur, un país no
pot avançar. I això és el que Catalunya ha de ser
capaç de comprometre en el moment en què
Espanya li doni una cosa que ha estat demanant, primer calladament, després més obertament i ara quasi clamorosament: ser reconeguda, en el nivell constitucional o en les lleis
fonamentals, en la lectura o en la modificació
de la Constitució i de les lleis bàsiques, com a
nació, com a nacionalitat.

Procés de devolució
a Itàlia i Gran Bretanya

Nosaltres hem definit el que entenem per federalisme i, concretament, per federalisme fiscal i
també els components bàsics del federalisme polític. Partim de la base que les quatre coses que
ara jo proposaré han d'anar precedides d'un
punt zero en el qual es reconegui que el camí recorregut és el que s'havia de recórrer. I que ara
som en un canvi d'etapa, que no som en un moment de condemnar el que havia succeït.

El programa
immediat d'un nou
govern haurà de ser
posar a zero els
rellotges de les
coses que s'han
endarrerit, de totes
les coses que estan
pendents.

�Som en el moment de veure que el que ha via
succeït en s permet d'anar endavant. Probablement no és tot el que desitjàvem, però sí que era
el que havíem dit que faríem, si ens ho mirem
amb calma. l Europa, que ens mira amb calma,
perquè està a la distància necessària per veure les
coses fredament, així ho veu. Quan els britànics
comencen el seu procés de devolució, quan els
italians inicien el seu procés federal de revisió de
la Constitució (que ara està parat pel problema
de Berlusconi amb els jutges, però que tirarà endavant, que seguirà endavant), ho fan perquè hi
ha un altre gran Estat europeu que ha anat endavant en la devolució i aquest Estat -no ens
enganyem- és Espanya.

El preàmbul del
Tractat diu
clarament que la
Unió Europea és una
Unió dels Estats i
dels pobles en la
qual tot es farà com
més a prop dels
ciutadans millor.

És evid ent que el cas d'Espanya és el cas en el
qual els països que avui estan portant a terme
processos de devolució de caràcter federal -no
dic estrictament federalistes o nominalment federalistes- s'han inspirat. Us ho puc dir perquè
he viscut un any a un d'aquests països , que és
Itàlia. l a Itàlia, això que en diuen ells el modelo
catalana és justament el que estic dient. El modelo catalano és la Catalunya amb autonomia
política forta, molt més forta que les regions italiane s, tot i que aqueste s tenen, el Lazio, per
exemple, segurament, un pressupost més gran
que la Generalitat de Catalunya. Però no es pot
com p arar des del punt de vista de la seva personalitat política i així ho veuen els italians. Els italians, confrontats a una cri si important de fatiga
fiscal a les regions del Nord i de les regions riques, han vist en el modelo catalano, en aquesta
transició espanyola cap a la dev olució de poders
importants a regions importants relativament riques dintre del conjunt, un model a seguir.

Els britànics, de la mateixa forma, han anat a un
procés que de vegades aquí desqualifiquem com
a insuficient i de vegades per exce ssiu. Es diu
que a Escòcia no li han donat en definitiva gran
cosa, però l'altre dia vam sentir, a la televi sió i a
la ràdio, que jutges escoce sos jutjaran a La Haia,
amb lleis escoceses, uns terroristes libis. N o vull
ni pensar el que passaria a Espanya si es pogués
dir el mateix substituint escocesos per catalans.
Us ho imagineu? Quin camí no hauríem d'haver
fet o no haurem d'haver fet perquè això algun
dia passi, suposem? l no estic dient que
Catalunya sigui Escòcia. Principalment, la singularitat catalana no és la de tenir jutges propi s
o lleis pròpies que tinguin relació amb la repressió del terrorisme, per exemple. Però en tot cas
és evident que el procés que s'ha endegat al
Regne Unit és un procés d'una importància política enorme i considerabilíssima i que ha estat
obligat per la necessitat de resoldre el problema
fonamental.
Si Tony Blair i M o Mowlan no formessin part
d'un govern que primer havia fet la devolució a
Escòcia i a Gal-les , tot el procés d'Irlanda del
Nord hauria estat mancat de base i de credibilitat. l us ho torno a dir: tinc la convicció, i ho sé,
que el govern britàni c ha anat per aquest camí
perquè ha vist que un altre Estat antic d'Europa
l'havia iniciat i havia arribat fins on havia arribat.
Una altra cosa és, i aquest és el punt en què estem, que aquests països ens han passat al davant,
és a dir, que en el procés d'alguna forma de reaccionar a la supranacionalització de la política
per la via de la devolució, de retornar als ciutadans la proximitat de tots aquells serveis, aquelles competències que es poden retornar per

�compensar l'allunyament d'aquelles que s'han
d'allunyar (com la defensa, com la moneda) ens
hem quedat una mica aturats.

El principi de la proximitat
Moltes vegades es diu que com es farà la devolució de competències, com s'organitzarà, qui
decidirà, en definitiva. I el problema no és qui
decidirà sinó en virtut de què decidirà, en virtut de quins principis es decidirà què es fa a
cada nivell. I aquest principi està establert ja en
el Tractat de la Unió Europea, tot i que de forma no massa efectiva. El preàmbul del Tractat
diu clarament que la Unió Europea és una unió
dels Estats i dels pobles en la qual tot es farà
com més a prop millor dels ciutadans. es a dir,
està establert que això sigui així i hem de saber
que aquest principi de la proximitat té excepcions, però que la regla és la proximitat, contra
el que va succeir a partir de la Revolució
Francesa i l'establiment de la democràcia nacional, de l'assemblea legislativa nacional com
a substitut del poder reial, que venia de dalt.
Aquest venia del poble, efectivament, però tornava al poble amb la mateixa contundència
unitària -quasi diria- que el poder reial; no
s'havia canviat la qualitat del poder en el seu
contacte de retorn als ciutadans, sí en el seu
origen, però no en el retorn. Bé, el que està
succeint a Europa ara és que, una mica forçats
per la necessitat de convèncer els ciutadans
que és possible anar a una Unió Europea, els
països, els Estats que l'impulsen, porten endavant processos de devolució.

Està canviant l'estructura i l'essència pròpia de
la democràcia. Em sembla que és evident que el
que estem veient que passa en els països europeus i passa entre nosaltres és que canvia el tipus
de democràcia, que canvia el concepte que en tenim, que som capaços d'imaginar situacions en
les quals els somnis democràtics més o menys
radicals, més o menys utòpics de finals del segle
passat, que s'han anat abandonant en aquest altre segle on la violència ha dominat i el poder de
les nacions i dels Estats s'ha fet molt més palès
que no pas els desitjos dels ciutadans, podran finalment tenir, amb una via que probablement no
havíem imaginat, un grau de realització més important del que podíem pensar fa vint anys.
Nosaltres, com a catalans, doncs, oferim lleialtat
federal. Nosaltres sabem que aquí a Catalunya
tot això anirà endavant, i que Espanya anírà endavant, si som capaços de fer joc net i de jugar
amb cartes vistes, de canviar el sistema.
Per què en díem lleialtat federal? Perquè d'alguna forma hem de marcar el pas endavant, perquè
els sistemes com els nostres es diuen federals
arreu, perquè el federalisme es va evitar en la
primera redacció constitucional sàviament per
evitar la impressió d'un retorn enrere cap a la
Primera República i cap a Pi i Margall, quan el
que estàvem fent -no ens enganyem- era establir una monarquia constitucional. Hauria estat
un retorn si més no terminològic i la preocupació per l'estabilitat era factor dominant. I perquè
molts pertanyem a partits que s'anomenen federals, amb congrés federal i comitès executius federals, que s'anomenen així, a més, després d'afirmar la sobirania del partit català com és el

Nosaltres, com a
catalans, oferim
lleialtat federal.
Sabem que aquí a
Catalunya tot això
anirà endavant i
que Espanya anirà
endavant si som
capaços de fer joc
net i de canviar el
sistema.

III

�nostre cas, no ho oblidem. I també i finalment, i
això no és el menys important, perquè la dreta
espanyola, el gran enemic del federalisme i de la
plurinacionalitat d'Espanya, ha hagut de pactar
amb el nacionalisme i ens regala l'ocasió única
de fer un pas endavant cap a la realització de les
nostres conviccions, cosa poc usual. Felicitem a
la dreta: en això sí que podem anar bé. Anem-hi!
No tenim al davant la reacció antiautonomista i
antiprogressista que va ser sempre qui va impedir que les paraules i els fets coincidissin, que els
programes dels partits i les definicions constitucionals fossin semblants, que utilitzessin la mateixa terminologia. En això tenim al davant alguns problemes que haurem de fer saltar.

se judici en el sentit propi de la paraula. Per tant
el dret a l'acritud, almenys la meva generació el
té. I tanmateix jo dic que aquesta acritud no pot
ser el nord inspirador i el tarannà i el sistema de
contacte que els catalans utilitzem amb el conjunt dels pobles d'Espanya, perquè d'aquí se'n
deriva no una solució sinó una complicació del
problema. Hem d'utilitzar la pedagogia, hem
d'utilitzar l'amistat, tot i tenir dret a l'acritud. Hi
tenim dret, però tenim també el dret i l'obligació
de superar-la per plantejar els temes importants
de la configuració d'una nova Espanya, d 'una
Espanya que no ha estat mai quallada, perquè
han passat quaranta anys de dictadura i vint anys
de democràcia des del final de la guerra. Ja és
hora de passar comptes en el bon sentit; i el balanç no és dolent. En això, ja ho he dit, som un
model europeu.

El valor de la confiança
Nosaltres ens enfrontem a la desconfiança com
a principi i al regateig com a mètode; ho ha dit
en Quim Nadal abans. Proposem justament la
confiança com a principi i, per començar, la
confiança en nosaltres mateixos, i l'amistat i la
pedagogia com a mètode, allò tan antic de la fraternitat. Una mica més de fraternitat, sense abusar, però una mica més de fraternitat i una mica
menys de paternalisme.
Tenim el dret de l'acritud. Perquè m'entengueu,
a Irlanda, l'afusellament d'ü'Sullivan, de l'últim
heroi nacional encara mort en l'enfrontament
amb Anglaterra, va ser fa més de setanta anys.
En canvi, jo vaig néixer tres mesos després de
l'afusellament d'un president elegit democràticament i afusellat sense pràcticament judici, sen-

El centre europeu
No puc deixar de preguntar-me, cada dia, quan
obro els diaris, de quin cantó acabaran estant els
d'Unió, si del cantó de Prodi o del cantó de
Cossiga. No sé si heu seguit aquesta vicenda,
aquesta història, que diuen els italians, i és molt
interessant. Fins ara, Unió Democràtica havia defensat Prodi contra Aznar en l'afer de l'entrada
de Berlusconi en el Partit Popular Europeu, ja ho
sabeu. I Aznar veu venir que, segons com vagin
les eleccions alemanyes, es pot quedar com el darrer cap de govern de dreta en un país gran de la
Unió Europea. I ha maldat per aconseguir que el
gran partit de la dreta italiana que és aquest partit que té un nom futbolístic -Forza Italia, es

Ens enfrontem a la
desconfiança com a
principi i al
regateig com a
mètode. Proposem
justament la
confiança com a
principi i, per
començar, Ja
confiança en
nosaltres mateixos.

�diu- entri en el Partit Popular Europeu. Això ho
ha aconseguit malgrat l'oposició de la base del
partit de Maertens, de la base del partit democristià flamenc, l'oposició d'Unió Democràtica
de Catalunya i del PNB i, evidentment, de Prodi.
Quan a UDC deien que volien contactes amb l'olivera no era perquè sí. Serà interessant veure
com els nostres democristians es situen davant de
la crisi italiana per saber també quin és realment
el seu desig de futur. Seguirem de prop aquest
afer. Aquí es decantarà el futur del centre europeu, probablement. I més encara, aquí es decidirà
també si a Europa neix un esquema nou amb
partit demòcrata i partit conservador, diguem-ho
així: amb catòlics i agnòstics a banda i banda, val
a dir sense igualació entre creences personals i
creences polítiques, o bé si roman l'esquema tradicional amb els laics contra els creients o
creients en el progrés contra creients en la tradició; o sigui, partits més ideologitzats, quasi diria,
més confessionals. Des de Catalunya seguirem
tot això amb atenció començant per la propera
reunió de Prodi amb Blair i Clinton. Us avanço
que jo sóc partidari, en política, de l'arte povera i
del minimalisme, més aviat. Ens ha sobrat un bon
tros de transcendentalisme.

Que la pau venci al terror

ACatalunya hi ha
un enorme, immens
desig de canvi.

Si hi ha una cosa transcendent, encara, en la política d'Europa és la sang innocent que es vessa
entre nosaltres, el terrorisme i la ceguesa que l'acompanya, així com la incapacitat dels polítics
per fer l'única cosa que la gent agrairia de debò:
aturar el terror sense generar-ne de nou. Però jo

estic convençut, i des de fa molt de temps, que
ens estem acostant al final de l'odi a Irlanda del
Nord. Al Regne Unit, gràcies a l'acció continuada de Major primer i de Blair ara, que ha estat
decisiu, amb la tenacitat fantàstica d'aquesta dona admirable que és Mo Mowlan i amb la intel·ligència de Hume, Trimble i Adams, gràcies a
tot això i a la inevitable caiguda de la tensió després d'anys i anys de terror, després que la sang
vessada sembli excessiva fins i tot a aquells que
l'han buscat, estem arribant finalment a la convicció que s'acosta el final de l'odi a Irlanda del
Nord. Jordi Solé Tura em deia abans d'ahir que
la solució de sobirania compartida que s'ha trobat per Irlanda del Nord és tan hàbil, que fins i
tot en el cas que el referèndum, que un eventual
referèndum de l'autodeterminació, acabés amb
una victòria dels que volen la unificació amb
Irlanda, no canviaria l'estatut real d 'Irlanda del
Nord perquè tot està previst.
Però el mé s important per nosaltres és que la
sortida dels presoners de l'IRA impulsarà defmitivament als presoners d'ETA -esperem-ho així- a pressionar sense treva la seva direcció política per sortir de la presó. S'haurà acabat un
capítol de la violència política que té arrels antiquíssimes, però sens dubte una causa pròxima
en el cinisme estúpid amb el qual el general
Franco va posar negre sobre blanc en el Butlletí
Oficial de l'Estat quan abolia els drets històrics
de les 'províncies traïdores' -ho deia el butlletí
oficial, no era un discurs ni unes declaracionsde Guipúscoa i Biscaia. Van obligar moralment
els funcionaris de la dictadura a practicar el terror oficial i la tortura, de la qual va néixer el terrorisme com a resposta.

S'ha de fer la
regionalització de
Catalunya, que és
un mandat del
Parlament no
acomplert. El
Parlament va votar
que s'havia de fer.

�Estigueu tranquils, que el dia que tot això succeeixi s'acabaran tots els ajustaments de comptes
que aquests dies estem contemplant. Alguns han
assenyalat que la justicia, impel-lida per la seva
pròpia manca de crèdit, ha esdevingut darrerament més justiciera del que mai havia estat, com
ha dit jàuregui en una interessantissima entrevista a l'ABC. Es referia no només al judici present,
sinó també als judicis Filesa, HB -amb una
sentència duríssima també- i GAL. j àuregui
respecta les sentències i garanteix que el PSOE
"no se echarà al monte". Que quedi clar.
De passada hauria de dir que les declaracions
conciliadores que s'han fet des de Catalunya serien d'agrair encara més si haguessin estat precedides l'any 1995 de la mateixa equanimitat en
el moment de decidir la retirada del suport al govern Gonzàlez, en comptes de la puntilla que va
significar el famós discurs de Molins després
d'aquell corral de la Pacheca, d'aquell desastre
d'escenari del Congrés de Madrid amb crits i
gestos malsonants, organitzat pels diputats del
Partit Popular contra Narcís Serra, un vice-president català del govern espanyol, que a més havia desactivat amb mà mestre la més perillosa de
les mines polítiques existents en el moment de la
transició i que era més grollerament atacat també, potser no en la causa de l'atac però sí en la
forma, perquè era català. No mereixia aquell
comportament per part de Convergència. I que
consti que no farem mai de la catalanitat de cap
de nosaltres una excusa per no haver de reconèixer cap dels errors que podem haver comès, que
n'hem comès.

Desig de canvi

j

j

Però ara, sincerament, mirem el futur amb esperança. A Catalunya hi ha un enorme, un immens
desig de canvi. La primera sorpresa la vaig tenir
a Roma, abans de tornar, en veure que un absent
suscitava tantes esperances. Això havia de ser
forçosament el senyal que alguna cosa anava
molt malament. Solament el clima dominant de
cansament ho podia explicar. Altrament la política, com sabem, no té entranyes i el que no hi és
no hi és comptat.
La segona i més agradable sorpresa l'he tinguda
aquí, escoltant la gent, anant allà on per la meva
feina d'alcalde de Barcelona no m'havia pogut
acostar o no massa o no prou. Ara ja sé dues coses, Catalunya endins: una, que els entenc, i
dues: que m'entenen.
He parlat amb pagesos del Bages i del Solsonès;
regants de l'Urgell i del Baix Empordà; propietaris, gent del camp de Tarragona; companys del
partit del Baix Penedès; olivaires més o menys
efimers de Vilanova, a qui hauria volgut dir i diré que més que una olivera el que convé aquí és
una bona tramuntana, que s'endugui les teranyines que hi ha penjades a l'ambient; poetes de
Banyoles i de Girona; empresaris de Barcelona; i
cada dia al carrer amb els nostres: taxistes, porters, farmacèutics, l'altre dia a La Roca amb
amics d'en Romà Planas i la gent de Caldetes;
joves i vells; passavolants; tipus entotsolats que
he trobat a la barra de la cafeteria d'algun hospital; gent que, com deia un company de Palamós,
són catalanistes perquè s'estimen Catalunya,
tant si ho fan en català com si ho fan en castellà,

Qui parla de ciència
a Catalunya? Tenim
la millor escola
d'oceanografia i
cap vaixell, el
millor físic i és a
París, el millor
cardiòleg i no volen
que torni de Nova
York.

�i que estan tips que els posin entre l'espasa i la
paret de la seva identitat, tips que els demanin el
carnet de catalanitat cada dia.

El proper govern i
les coses pendents

El nom de Catalunya s'ha fet servir per moltes
rucades; rucades de ruc, no de roc. Però també
s'han fet coses bones. No prou. Perquè hi ha
massa coses que s'han deixat de fer; us les dic
molt ràpidament, però us les dic perquè em temo que serà l'ordre del dia del proper govern
durant els dos primers anys. Coses que s'han
deixat de fer:
- Les rieres, els eixos, els recs i els canals i preses
d'aigua. I totes aquestes coses tenen noms, no
són un genèric: és Maresme, és Pirineu, és
Urgell, és Garrigues i és Rialb.

Les empreses de la
Generalitat perden
diners, totes menys
una: Catalana
d'Iniciatives,
gestionada per en
Francesc Raventós.
Els hem d'ensenyar
fins i tot a ser bons
empresaris!

11

- L'aeroport, el port, el desviament del riu
Llobregat, la neteja del Besòs. La pota sud ha trigat més a fer-se que tot el sistema de potes i de
rondes: en tres anys o quatre vam fer trenta
quilòmetres i hem trigat sis anys per fer la pota,
la famosa pota que ningú no volia fer. I us haig
de dir que el desviament del riu està aprovat i
dotat financerament amb quatre mil milions de
l'època des de l'any 1986, si no recordo malament. (En Tejedor i jo ho vam explicar aquell
any a la Plaça de Catalunya d'El Prat i no ens
van treure a cops de peu).

- Metro, metro i metro. Els Ferrocarrils Catalans
els han pintat de blanc i en diuen metro, però no
cola. Tramvies, metro lleuger, monorails: ni s'han provat, quan a totes les ciutats europees on
anem en velem.
- Un projecte per al Maresme sense el dogal del
tren de la costa.
- L'ampliació de la Fira de Barcelona, el Palau de
Congressos... en Joan Clos hi està lluitant.
- El pla d'hotels es va fer, sí, però tots sabem
malgré qui.
- La reconstrucció del Liceu també, però ja sabem amb quins diners, que tampoc eren del grat
de segons qui.
- El segon Congrés de Municipis i la unificació
de les dues federacions o associacions de municipis: aquest és un tema cabdal, o dos temes
cabdals; són dos temes diferents que de vegades es confonen, són dos temes diferents que
tanmateix es fan servir l'un per l'altre quan es
vol evitar el congrés, amb l'excusa que amb el
congrés es buscarà una unificació, que tot el
poble català agrairia, però que el partit dominant, el partit oficial, considera un perill. Ho
considera un perill perquè la seva tàctica ha estat la divisió a Catalunya, no deixar que hi hagués res que fos molt important davant del govern: no als municipis, no a l'àrea
Metropolitana, no a les comarques fortes que
no siguin purament el contrapès de les capitals
-que eren normalment més progressistes-,
tot ben apanyat, tot ben equilibrat perquè res

Si no s'arrisca no es
guanya. Catalunya
podria estar
arriscant poc.

�El govern que tenim
segurament és una
de le pitjors
empreses de
Catalunya i la moral
de treball hi és molt
baixa.

n o es bellugui. Aquesta és una mica la impressió que dóna l'organització territorial del país.

(G ir on a- Salt- Sa rr ià
Banyoles-Girona) .

- S'ha de fer la regionalització de Catalunya,
que és un mandat del Parlament no ac omplert.
El Parlament va votar qu e s'havia de fer . És cert
que es va votar juntament amb la prop osta de
la creació d 'una provín cia única i es va votar
per aix ò probablement perquè se sabia que la
província única era impracticable i aleshores
també ho era la regionalització. N o és purament una ass ignatura p endent des del punt de
vista formal, ho és de s del punt de vista de la
bona marxa de Catalunya. es que si no hi han
sub jectes i protagonistes a Catalunya que tinguin cos, que tinguin força ... no farem res. I les
regions el tindran. Imagineu-vos set regions on
hi ha , a més de les quatre actu als, les dues de la
província de Barcelona amb la regió metropolitana i la Catalunya C entral, que han de vertebrar Vic i Manresa , M anresa i Vic amb
Igualada, i que estan d 'acord a ver tebrar.
Imagineu-vos també que el Pirineu esdevé una
regió de planificació i l'Ebre també. No pot ser
que Catalunya segueixi vivint sense que el
Pirineu existeixi: des d'un punt de vista administratiu no hi és. I l'Ebre tamp oc . Són noms
forts de la història de C atalunya i de la problemàtica de Catalunya qu e es necessit en per
gov ern ar. N o és purament un compliment del
desig d 'un Parl ament cat alà un dia d eterminat
en què això es va votar. És una necessitat que
no s'ha entès, perquè l'únic que s' ha vist és la
necessitat de concentrar.

- El desenclavament d'Olot, que encara no
està resolt.

- El desenvolupament de les àrees metropolitane s del camp de Tarragona i de l'àrea de Girona

eventualment

l'eix

- La Carta Municipal de Barcelona. Quan jo
. vaig marxar ja la vam aprovar i per unanimitat.
Quin problema hi ha via per que la Generalitat li
donés el vist-i-plau? La C arta Municipal, que
ara vin drà, perquè en Clo s ho està aconseguint,
però quinze any s després d 'haver-se començat.
- La conversió de les comarques en entitats àgils.
- La solució del problema del futur de les diputacions.
- L'autèntic debat educatiu i cultural qu e s'està
produint a tot Europa i als Estats Units, quan
aquí encara ens neguem a veure el mé s elemental i és que les escoles subvencionades no poden
defugir obrir-se a les m inories ètniques, com
pretén el conseller d'Ensenyament en aquest
moment.
- El cam p català i el seu futur. M 'he trobat amb
la sorpresa que el camp no tenia interlocució,
que no hi han idees sobre això al govern; no hi
són ; les tenen ells, els del camp, però no el govern. No se sap que se'ls hagi fet una oferta o
que hi hagi hagut un gran debat en el Parlament
o allà on sigui sobre què s'ha de fer en el camp
en vistes de la PAC i de l'Agenda 2000 de la
Unió Europea.
- L'urbanisme encara en mans d'una sola perso-

�na , perfectament respectable però anacromcament encarregada de tot a imatge i semblança de
tot el sistema, que és sempre el mateix. La degradació urbanística de la costa, que aquest senyor no ha pogut impedir i que Raimon Obiols
sem pre rec orda.

El que he dit és que
el català no ens ha
d'importar només a
nosaltres. És un
patrimoni comú,
una riquesa de tots.
Ho ha de ser.

- La ciència. Qui parla de la ciència a Catalunya?
Tenim la millor escola d'oceanografia i cap vaixell ---com deia l'altre dia Ramon Margalef-; el
millor fisic, i és a Parí s; el millor cardiòleg, i no
volen que torni: és a N ova York, i ha fet una proposta per tornar i aquí a Catalunya li han dit: no,
no tornis. No pot ser.
- Les autopistes i la seva reversió, les infrastructures cabdals de Catalunya, l'aeroport en mans
d'AENA encara. Són els enginyers aeronàutics,
molt respectables, però que no en saben de vendre , no són bons comerciants. AENA és una societat estatal que ha derivat d'una direcció general, i a més corporativa, dominada per un cos
general molt respectable, però que el que no sap
és vendre ni atendre el client, per dir-ho d'alguna manera.

El govern català
no sap fer d'empresari

- Les empreses de la Generalitat perden diners
totes, segons la premsa de la setmana passada.
Totes excepte una: Catalana d'Iniciatives, gestionada per en Francesc Raventós, a qui he vist en
aquest acte , i presidida a mitges per en Clos, en

forma rotativa amb el conseller d'Indústria. Els
hem d 'ensenyar fins i tot a ser bons empresaris!
L'única empresa en la que van bé, que ha guanyat quatre-cents milions aquest any passat, gràcies al cable, per cert, que també va ser una idea
de l'Ajuntament de Barcelona -permeteu-me la
immodèstia-, l'única empresa que va realment
bé és la que porta en Raventós. Bé, hi va haver
una empresa de capital risc de la Generalitat
que nosaltres -deixeu-m'ho dir, ara sí que ja es
pot dir, no?- vam haver d'englobar, vam haver
d 'assumir perquè tenia pèrdues, i la no stra, que
es deia Iniciatives S.A. tenia guanys. l entr e les
pèrdues d'una i els guanys de l'altra vam fer la
pau i vam tirar endavant una empresa que avui
està guanyant diners perquè la porten els mateixos que portaven Iniciatives.

El deute de la Generalitat
- L'acumulació de deute que ens deixen, que
potser és el més important: dos bilions, amb una
disminució de les inversions possibles, quan a
l'Ajuntament de Barcelona i a l'alcalde Clos l'acusen de fer ma ssa obres. l si no en fes cap? Què
dirien? Què diria l'oposició? Què no diria? Del
que havien costat els Jocs Olímpics, que allò era
una filfa, que va ser una foguerada, que no hi havia res al darrere, que no hi havia capacitat, que
Barcelona havia fet una gran festa però que ara
no la podia pagar. Sí, sí, Barcelona no només la
pot pagar, sinó que, a més a més, es pot permetre el luxe de fer-ne una altre, de preparar-ne
una altra i mentrestant de fer tot el que està fent.
Hem passat molta gana d'inversions en aquests

�sis anys, perquè l'èxit del 92 -ara estic parlant
no dels Jocs, sinó de les inversions i de les transformacions de la ciutat-, ens l'han fet pagar. Ha
costat.
Recordo que el dia després dels Jocs ja vam demanar óhi havia presents en Pep Borrell, ministre d'Obres Públiques, i els representants de la
Generalitató que es constituís un organisme
semblant al holding olímpic, que vam fer servir
per fer les rondes i les instal·lacions, per atacar el
tema del delta del Llobregat: no es va fer. No hi
ha hagut comissari, ni comissionat, ni conseller
delegat, ni manager, més enllà d'un Secretari
d'Estat, un director general, un conseller, que
treien el seu temps a partir de mil coses diferents. I així hem anat: desviament del riu, pota
sud, aeroport, port, son encara, a les beceroles.
Continuem amb els assumptes pendents:
- La reforma de l'Administració Pública, la finestreta única. Amb els programes de qualitat.
- La justícia ràpida.
- La reforma de l'Administració Pública és potser el més cridaner. Que la Generalitat no l'hagi
feta ni se n'hagi preocupat en cap moment és
sorprenent.
- La cultura viva i lliure, no la normalització només o la nacionalització, només... En la indústria
del llibre en castellà som els primers productors
en el món i no ho sembla.
Dit això, com ha dit abans en Quim Nadal, a
Catalunya es viu bé, llevat de la gent que s'ho

passa malament, que encara és molta, massa, i
que té un tractament patèticament paternalista i
clientelista. Hi ha un grup de gent que ha millorat i que té expectatives. El que passa és que es
pot viure bé, fins i tot millorar amb la millora eu. ropea dels últims anys i tanmateix anar perdent
peu, relativament.
Si no s'arrisca no es guanya. I Catalunya podria
estar arriscant poc, fusionant poc les seves empreses o bé no construint teixit veritablement resistent de les petites, com està passant a regions
com el Veneto, la regió de Lille o de Lió, o de
Cambridge.

Escola i cultura
El govern que tenim, segurament, és una de les
pitjors empreses de Catalunya. La moral de treball hi és baixa. En el camp de l'educació, per
exemple, és baixíssima, malgrat els esforços de
persones de qualitat, que n'hi ha, massa amades,
i presoneres del paradigma una mica carrincló
que va eixir del cisma de Pujol i els seus respecte del mainstream, el corrent principal, de l'escola activa catalana. Estic parlant de fa molts anys.
Hem de canviar tot això .
No pot ser que les esperances generades per
l'Assemblea de Catalunya, pel Congrés de
Cultura Catalana, la tradició pedagògica dels patronats municipals i de Rosa Sensat, el rnunicipalisme republicà i l'antifranquisme, i tota la riquesa de les aportacions dels municipis catalans
en aquests anys, la tradició de la Universitat

El nacionalisme
genèric, oficial, ha
estat necessari
però ha deixat de
ser útil per
Catalunya. El
catalanisme passa
a primer pla.

�Autònoma, els intercanvis positiu s amb les reformes pr ogressistes arreu d'Esp anya en els darrers vint anys, la revifalla literària dels anys 60 i
l'influx d'escriptors llatin oamericans , l'immens
interès que susciten avui la p oesia, la dansa i el
teatre, l'èxit dels cantants catalans arreu, i l'empenta de les televisions i ràdios locals no pot ser ,
dic, que totes aquestes aportacions no tinguin on
des embocar, on anar a parar, que tot això acabi
en discussions fratricides sobre la llengua i en
anatemes creuats entre uns i altre s.

És hora d'agrair els
serveis prestats.
Hem de donar les
gràcies a qui ha fet
serveis al país però
que segurament ja
no en pot donar
més. Donem les
gràcies però també
és el moment de no
amagar les
insuficiències, que
són notòries i que
són conegudes per
bé que poc
ventilades.

S'ha d'acabar amb el vegetar de l'escola pública
catalana i la pràctica desaparició de l'escola municipal dels patronats d'estil anglosaxó. Resoldre
la lenta burocratització de la TV catalana que
sap, una mica com la ciutat de Roma, que mai
serà el que havia estat al principi. Hem d 'acabar
les picabaralles teatrals mancades d 'autèntic dra matisme i les adjudicacions interessades de freqüències per mantenir les coses com estan, sem pre utilitzant el nom de Catalunya per mantenir
el domini d'una determinada concepció de l'art,
de la creació, de la cultura i de l'e scola que ni tan
sols té representants de gran mèrit i va sobrada
d'apologiste s i d'inquisidors.
A veure, quan oferirem als p oble s d'Espanya
col -laboraci ó en l'elaboració d'una història comuna? Què hauria fet en Vicens-Vives si hagués
sobreviscut? Quan tindrem un llibre de text igual
a Almeria i aquí perquè ells sàpiguen què és
l'Onze de Setembre? Per què ens estranya que
quan nosaltres parlem de l'Onze de Setembre i
del Rafel de Casanova s'exclamin, de desconèixer-ho i fins i tot d'ignorar-ho? No ens ha d'estranyar: no ho hem explicat mai ; hem reivindi-

cat, en tot cas, que nosaltres tinguéssim la possibilitat d'estudiar a cas a nostra la història de
Catalunya. Per ò, exp licar-h o fora? Quan ho hem
ofert, això? També podríem esperar que fos
l'Estat qui ens ho digués, és veritat, però llavor s
estaríem negant tota la nostra teoria, que és la
d'autogovern. Som no saltres qui hem de començar. .. I és l'Estat qui ha de dir sí o no . L'hem
de convèncer. Els hem de convèn cer. No sem pre
estan en contra d'això. Desconeixen.

El català, patrimoni de tot l'Estat
L'altre dia, quan vaig dir que el català havia de
ser patrimoni cooficial de l'Estat, que és una riquesa de l'Estat espanyol, i no una càrrega, quan
deia que el català és una riquesa de l'Estat espanyol, que l'hauria de protegir, uns quants van
interpretar que havia dit que a Almeria s'havia
d'ensenyar el català forç osament i amb van venir
a protestar.
I els vaig dir: no, estigueu tranquils. El que he dit
és que el català no ens ha d'importar només a
no saltres. És un patrimoni comú, una riquesa de
tots. Ho ha de ser.
Personalment valoro totes les expressions culturals que ens han vingut de fora però que ja són
nostres, perquè algunes són nostres: no és només
que aquí el flamenco sigui important i sigui importat, no. Es que aquí hi ha flamenco autòcton,
molt important, des del Peret fins a la Mayte
Marrin, fins a la Ginesa Ortega. Penseu en Mayte
cantant amb Tete M ontoliu o en la rumba catala-

Ho hem de fer per
Catalunva, no per
un partit. Aquest és
en sentit de l'acte
d'avui i del
document que s'ha
presentat.

�na del Gato Pérez. Tot això, que nosaltres sabem
fer i que no hem reconegut prou, hem d'aconseguir que Espanya ho sàpiga i ho reconegui, que
reconegui que Catalunya és una protagonista
molt creativa, molt important d'Espanya.

Catalunya protagonista
M ireu, la vida és canvi. El que sí que no saltres
hem de garantir és quines ser an les lleis d'evolució del procés a través del qu al nosaltres volem
més autoritat i aqu estes lleis són la lleialtat federal, la prudència i la cautela pel qu e fa als terminis i al clima que es vagi creant i, al mateix
temps, la capacitat de Catalunya de jugar un paper protagonista, n o passiu, en la configuració
de l'Estat espanyol, de la nova Espanya, de
l'Espanya plural, de l'Espanya de les nacionalitats i les regions. No hauria de ser Catalunya, per
m oltes raons, qui prengués la iniciativa d'una
pedagogia mútua entr e les Esp anye s? N o ens
adonem que fent això -que ho farem, en cinc o
deu anys, perquè això no es p ot fer en dos
an ys- estarem p osant les bases d 'una cultura
política estable o d'un imaginari col-lectiu compartit, que ara mateix ens manca cruelment
quan volem ser entesos i entendre? No ens ad onem que alh ora est em establint la certesa d'una
autèntica integració del s ciutadans de
Catalunya, vells o nous, vells i nous, en una cultura catalana m oderna i curiosa dels seus diversos components tant com gelosa de la seva autonomia? Què ens diuen els propis i mé s afalagats
prota goni stes de la mé s influ ent de les cultures,
que és la cultura tele visiva? Què ens diuen Àn-

gels Barceló, des de Madrid, o Andreu
Buenafuente, aquest a qui no van deixar anar a
Roma perquè li van prohibir que hi anés? Què
diuen? Que la Catalunya oficial no els interessa i
que vivim massa tancats. Ho diuen ells.
Apliquem-nos aquesta reflexió.
El nacionalisme genèric, oficial, ha estat necessari però ha deixat de ser útil per Catalunya. El catalanisme, que és el nacionalisme específic del s
catalans, i per tant més genuí, passa a primer pla.
I en això estic d'acord amb alguns dels textos
que abans hem comentat. El catalanisme és un
determinat tipus de nacionalisme. N o és qualsevol nacionalisme. Tots els nacionalismes per definició de nacionalisme són diferents, són d'una
nació. Hem de dir que en el nacionalisme el lloc
de la nació i el país i el sentiments i la raó és diferent en cada cas .
I en el cas de Catalunya, en el cas del catalanisme, podem dir: el catalanisme és un determinat
tipus de nacionalisme molt diferent d'altres que
troba la seva raó de ser alhora en la identitat i en
l'obertura, en l'afirmació i la generositat, que ens
són necessàries per ser qui som i per ser tan feliços com podem arribar a ser, en la unió i la llibertat, que és la millor definició de federalisme.
Catalunya no es realitzarà si no és protagonitzant, amb d'altres però protagonitzant, la transformació d'Espanya en un autèntic Estat de diverses nacionalitats i regions, com a fragment
respectat i útil d'una Europa dels pobles. Els sectors més desperts del nacionalisme oficial se n'han adonat, però ja és un xic tard. Es un xic tard
no per a ells, però sí per canviar el tarannà del
conjunt del catalanisme oficial.

Faig una invitació a
tots els que tenen
alguna cosa a dir, a
tots els qui vulguin
canviar la direcció
de Catalunya per
fer-la més lliure,
més rica i més
justa.

�Gràcies pels serveis prestats
Els hem d'ajudar, però: els cridem a establir un
diàleg franc, que serà profitós per tots. S'ha abusat excessivament del recurs al nominalisme i al
carisma dellider no per solucionar sinó de vegades per amagar els problemes sota la catifa de la
conformitat. Es hora d'agrair els serveis prestats.
Hem de donar les gràcies a qui ha fet serveis al
país, però que segurament ja no en pot donar
més. Donem les gràcies, però també és el moment de no amagar les falles i les insuficiències,
que són notòries i que són conegudes per bé que
poc ventilades.
Ho hem de fer per Catalunya, no per un partit.
Aquest és el sentit de l'acte d'avui i del document que s'ha presentat, que cal prendre no com
un punt d'arribada sinó justament com un punt
de partida, com una invitació. Una invitació a
tots els que tenen alguna cosa a dir, a tots els qui
vulguin canviar la direcció de Catalunya per ferla més lliure, més rica i més justa.
Vinga, eixoriviu-vos, que tot això va molt de
debò.
Visca Catalunya!

�</text>
                  </elementText>
                </elementTextContainer>
              </element>
            </elementContainer>
          </elementSet>
        </elementSetContainer>
      </file>
    </fileContainer>
    <collection collectionId="23">
      <elementSetContainer>
        <elementSet elementSetId="1">
          <name>Dublin Core</name>
          <description>The Dublin Core metadata element set is common to all Omeka records, including items, files, and collections. For more information see, http://dublincore.org/documents/dces/.</description>
          <elementContainer>
            <element elementId="50">
              <name>Title</name>
              <description>A name given to the resource</description>
              <elementTextContainer>
                <elementText elementTextId="26518">
                  <text>04.02. Activitat política</text>
                </elementText>
              </elementTextContainer>
            </element>
            <element elementId="41">
              <name>Description</name>
              <description>An account of the resource</description>
              <elementTextContainer>
                <elementText elementTextId="35654">
                  <text>Recull la documentació generada en relació a Pasqual Maragall en la seva activitat als partits i associacions d'àmbit polític: Front Obrer de Catalunya (FOC), Convergència Socialista de Catalunya (CSC), Partit dels Socialistes de Catalunya (PSC), Partido Socialista Obrero Español (PSOE), Ciutadans pel Canvi (CpC). </text>
                </elementText>
              </elementTextContainer>
            </element>
            <element elementId="51">
              <name>Type</name>
              <description>The nature or genre of the resource</description>
              <elementTextContainer>
                <elementText elementTextId="35655">
                  <text>Sèrie</text>
                </elementText>
              </elementTextContainer>
            </element>
          </elementContainer>
        </elementSet>
      </elementSetContainer>
    </collection>
    <itemType itemTypeId="22">
      <name>No tenen tipus</name>
      <description>Tipo temporal para mapear las fichas sin tipo a la base resource template de Omeka S</description>
    </itemType>
    <elementSetContainer>
      <elementSet elementSetId="1">
        <name>Dublin Core</name>
        <description>The Dublin Core metadata element set is common to all Omeka records, including items, files, and collections. For more information see, http://dublincore.org/documents/dces/.</description>
        <elementContainer>
          <element elementId="50">
            <name>Title</name>
            <description>A name given to the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27871">
                <text>Voluntat de canvi</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="44">
            <name>Language</name>
            <description>A language of the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27872">
                <text>Català</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="81">
            <name>Spatial Coverage</name>
            <description>Spatial characteristics of the resource.</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27873">
                <text>Palau de la Música Catalana (Barcelona)</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="53">
            <name>Abstract</name>
            <description>A summary of the resource.</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27875">
                <text>Intervenció de Pasqual Maragall en la presentació del document "Per Catalunya: ara, un nou federalisme" la proposta del PSC.</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="51">
            <name>Type</name>
            <description>The nature or genre of the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27876">
                <text>Conferència</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="42">
            <name>Format</name>
            <description>The file format, physical medium, or dimensions of the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27877">
                <text>Textual</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="39">
            <name>Creator</name>
            <description>An entity primarily responsible for making the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27879">
                <text>Maragall, Pasqual, 1941-</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="49">
            <name>Subject</name>
            <description>The topic of the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="28106">
                <text>Campanyes</text>
              </elementText>
              <elementText elementTextId="28107">
                <text>Canvi</text>
              </elementText>
              <elementText elementTextId="28108">
                <text>Federalisme</text>
              </elementText>
              <elementText elementTextId="28109">
                <text>Partit dels Socialistes de Catalunya (PSC-PSOE)</text>
              </elementText>
              <elementText elementTextId="28110">
                <text>Catalunya</text>
              </elementText>
              <elementText elementTextId="28111">
                <text>Eleccions</text>
              </elementText>
              <elementText elementTextId="28112">
                <text>Parlament de Catalunya</text>
              </elementText>
              <elementText elementTextId="28113">
                <text>Model social</text>
              </elementText>
              <elementText elementTextId="28114">
                <text>Acció política</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="40">
            <name>Date</name>
            <description>A point or period of time associated with an event in the lifecycle of the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="41351">
                <text>1998-09-09</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
        </elementContainer>
      </elementSet>
      <elementSet elementSetId="4">
        <name>EAD Archive</name>
        <description>The Encoded Archival Description is a common standard used to describe collections of small pieces and to create hierarchical and structured finding aids.</description>
        <elementContainer>
          <element elementId="98">
            <name>Level</name>
            <description>The hierarchical level of the materials being described by the element (may be other level too).</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27878">
                <text>Document</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
        </elementContainer>
      </elementSet>
    </elementSetContainer>
    <tagContainer>
      <tag tagId="1">
        <name>Discursos i conferències</name>
      </tag>
    </tagContainer>
  </item>
  <item itemId="1742" public="1" featured="0">
    <fileContainer>
      <file fileId="1346">
        <src>http://78.47.125.110/files/original/17/1742/19980211_PoliticsSpainToday_StrangeBedfellows_KJCNYU_PM.pdf</src>
        <authentication>4bbe6a1b62646754d8ce4354a9923e30</authentication>
        <elementSetContainer>
          <elementSet elementSetId="5">
            <name>PDF Text</name>
            <description/>
            <elementContainer>
              <element elementId="118">
                <name>Text</name>
                <description/>
                <elementTextContainer>
                  <elementText elementTextId="42943">
                    <text>c

THE POLITICS OF SPAIN TODAY. STRANGE BEDFELLOWS AND
ASYMMETRICAL FEDERALISM.

CONCEPTS:
TWO FEDERALISMS
TWO LIBERALISMS

(CLINTONOMICS MEANS NO DEFICIT, WHILE RETAINING A
LIBERAL PURPOSE AND DECENTRALIZATION AND
SUBSIDIARITY.)

NOT VERY ACCURATE ON PURPOSE. GO TO THE HEART QUICK.1

MY EXPERIENCE AS MAYOR.

1

PER AL VOCABULARI DEL NOU ARGOT: CUT TO THE CHASE. (Es refereix al cine on, quan la
cosa amenaça amb posar-se avorrida-diguem massa xerrameca o massa petons-al guió indiquen que tallin el
rcjtllo I passin a la corredissa, per tant "Cut to the chase".

u-1

�WHATEVER HAPPENED. 2 STORIES.

REMEMBER 1974? [THE SCARE THAT THERE WOULD BE] NO MORE OIL
IN 20 YEARS ! ! ! FALSE, BUT USEFUL.
RIO: DO IT LOCAL
BUT THINK GLOBAL (FALSE, BUT USEFUL??)
THE PRINCE OF WALES DINNER: GLOBAL AS
PARALYZING/PARALYSIS, A WORLD TAX ON OIL TO SAVE
AMAZONIA WILL NEVER HAPPEN.
[HOWEVER] A EUROPEAN SUBSIDY FOR SUBWAYS OR NONPOLLUTING CARS COULD HAPPEN.
GLOBAL IS TOO FAR AWAY. -THE YEAR OF THE LEVELINGOFF OF THE WORLD POPULATION-IS TOO FAR AWAY
THE REGIONAL APPROACH IS MORE USEFUL. THE WORLD AS A
SERIES OF REGIONS IS MORE PRACTICAL THAN JUST THE
WORLD.
r

ET EVEN A REGIONAL INTERNATIONAL APPROACH IS TOO
IUCH FOR THE BODY OF CITIZENS IN ANY GIVEN NATION.
HEY WANT IDENTITY, CLOSENESS, PROXIMITY, BELONGING.
TLAT IS WHY NATIONAL REGIONS, STATES, LANDER, SMALL
NATIONALITIES COME TO THE FORE.
CITIES, TOO, AS I WILL EXPLAIN IN APRIL, A WORLD OF CITIES
RATHER THAN A CITY WORLD OR A GLOBAL VILLAGE, THIS
CJATCHPHRASE OF LAZY WRITERS AND BORED READERS.
NOW YOU CAN BEGIN TO UNDERSTAND WHAT HAPPENS IN
SPAIN, WHERE BOTH LOCAL IDENTITIES AND AN AWARENESS
AND ANXIETY ABOUT EUROPEAN AND WORLD EVENTS EXIST.

�(REALIZE/NOTICE/BEAR IN MIND THAT "INTERNATIONAL" IS
USED LESS AND LESS. PRECISELY.)
BACK TO SPAIN.
IN THAT FAMOUS 1974, GREECE, PORTUGAL, AND SPAIN WERE
STILL OUTSIDE THE FREE WORLD (NOT TO MENTION CHILE,
ARGENTINA, URUGUAY, ETC.)
AMAZING HOW FAST THEY INTEGRATED.

BUT RECALL: NO IMPORTANT FACT/EVENT IN HISTORY TAKES
PLACE WITHOUT SOME MORAL OR PHYSICAL VIOLENCE AND
THEREFORE WITHOUT [ESTABLISHING THE GROUNDS FOR SOME
FUTURE] VINDICATION.

IN SPAIN, WITHOUT THAT [UNLESS YOU TAKE THIS INTO
ACCOUNT], YOU'LL NEVER [BE ABLE TO] UNDERSTAND THE
BASQUE QUESTION [FRANCO'S 1938 DECREE IN THE OFFICIAL
STATE JOURNAL CALLED FOR HATRED IN BLACK AND
WHITE/IN SO MANY WORDS], AND THERE IT IS, EVEN IF THE
HATING SIDES HAVE MODIFIED THEIR LIMITS. BUT THE
BASQUE QUESTION IS NOT DECISIVE IN SPAIN. AND ULSTER
CAN HELP. LET'S HOPE.
ANOTHER VINDICATION EMERGED/TOOK PLACE? RECENTLY IN
SPAIN. PERHAPS THE VIOLENCE THAT KILLED CARRERO
BLANCO AND THE JOY THAT ACCOMPANIED THE DEATH OF
FRANCO HAD TO BE COMPENSATED IN THE BALANCE OF
HISTORY.

�THIS DOESN'T NECESSARILY MEAN THAT "AZNAR" = "GOING
BACK TO THE GOOD OLD DAYS", BUT IT DOES PUT A PRESSURE
ON HIM THAT HE HAS NOT YET ENTIRELY GOT AWAY WITH/
MOVED AWAY FROM? AND IT PRESSES GONZALEZ TO ACT AS A
PROPHET OF THIS DANGEROUS COME BACK PHENOMENON. {??}

SPAIN IS DOING WELL IN ECONOMICS/ECONOMICALLY, THE
SOLBES WAY PLUS THE STOCK MARKET LIBERTIES [??
FREEING-UP OF THE STOCK MARKET?], PLUS THE SELLING-OUT
OF JUST ABOUT EVERYTHING IN THE PUBLIC SECTOR (OK,
DEPENDING ON A SOPHISTICATED CALCULATION OF THE
COUNTERVAILING FORCE NEEDED IN THE FUTURE BETWEEN
PUBLIC AND PRIVATE, i.e., IN THE DEALING OF EXTERNALITIES
??. WHAT IS SOLD IS SOLD.

1GOOD 2 SELLING OUT 3 WAIT AND SEE IN TAXES, THEY
SAY ... 4 THE Lam FACTOR

�</text>
                  </elementText>
                </elementTextContainer>
              </element>
            </elementContainer>
          </elementSet>
        </elementSetContainer>
      </file>
    </fileContainer>
    <collection collectionId="17">
      <elementSetContainer>
        <elementSet elementSetId="1">
          <name>Dublin Core</name>
          <description>The Dublin Core metadata element set is common to all Omeka records, including items, files, and collections. For more information see, http://dublincore.org/documents/dces/.</description>
          <elementContainer>
            <element elementId="50">
              <name>Title</name>
              <description>A name given to the resource</description>
              <elementTextContainer>
                <elementText elementTextId="51">
                  <text>01.01.02. Activitat acadèmica</text>
                </elementText>
              </elementTextContainer>
            </element>
            <element elementId="41">
              <name>Description</name>
              <description>An account of the resource</description>
              <elementTextContainer>
                <elementText elementTextId="35660">
                  <text>Recull la documentació relacionada amb l'activitat acadèmica de Pasqual Maragall:&#13;
- Escola primària: Escoles Virtèlia (1945-1957).&#13;
- Llicenciatura en Dret: Facultat de Dret de la Universitat de Barcelona (1957-1964).&#13;
- Llicenciatura en Econòmiques: Facultat d'Econòmiques de la Universitat de Barcelona (1958-1965).&#13;
- Pràctiques de Dret Europeu (1963): estada a Estrasburg (França) per realitzar unes pràctiques de Dret Europeu a la Facultat Internacional de Dret Comparat.&#13;
- Pràctiques a Roma (1964): beca per estudiar planificació regional a la SVIMEZ (Associazione per lo SVIluppo dell'industria nel MEZzogiorno).&#13;
- Pràctiques amb Delors a París (gener-juny 1966): beca del Govern francès per l’estudi de planificació regional. Realitza unes pràctiques com a economista a l'Association pour l'organisation des STages En France (ASTEF) on obté el Diploma de planificació sectorial i regional. Les pràctiques les fa al Comissariat del Vè Pla amb el professor Jacques Delors.&#13;
- Postgrau a la New School for Social Research, New York, amb beca Fulbright (setembre 1971-setembre 1973): Master of Arts en economia, especialitzat en economia internacional i economia urbana.&#13;
- Doctorat (02/03/1979): en Ciències Econòmiques a la UAB. La tesi doctoral Els preus del sòl urbà. El cas de Barcelona (1948-1978), la va dirigir el catedràtic Josep Maria Vegara Carrió i va obtenir una valoració "Summa cum laude".</text>
                </elementText>
              </elementTextContainer>
            </element>
            <element elementId="51">
              <name>Type</name>
              <description>The nature or genre of the resource</description>
              <elementTextContainer>
                <elementText elementTextId="35661">
                  <text>Sèrie</text>
                </elementText>
              </elementTextContainer>
            </element>
            <element elementId="40">
              <name>Date</name>
              <description>A point or period of time associated with an event in the lifecycle of the resource</description>
              <elementTextContainer>
                <elementText elementTextId="43841">
                  <text>1945-1979</text>
                </elementText>
              </elementTextContainer>
            </element>
          </elementContainer>
        </elementSet>
      </elementSetContainer>
    </collection>
    <itemType itemTypeId="22">
      <name>No tenen tipus</name>
      <description>Tipo temporal para mapear las fichas sin tipo a la base resource template de Omeka S</description>
    </itemType>
    <elementSetContainer>
      <elementSet elementSetId="1">
        <name>Dublin Core</name>
        <description>The Dublin Core metadata element set is common to all Omeka records, including items, files, and collections. For more information see, http://dublincore.org/documents/dces/.</description>
        <elementContainer>
          <element elementId="50">
            <name>Title</name>
            <description>A name given to the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27857">
                <text>The politics of Spain today. Strange bedfellows and asymmetrical federalism.</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="49">
            <name>Subject</name>
            <description>The topic of the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27858">
                <text>Espanya</text>
              </elementText>
              <elementText elementTextId="27859">
                <text>Federalisme</text>
              </elementText>
              <elementText elementTextId="27860">
                <text>Europa</text>
              </elementText>
              <elementText elementTextId="27861">
                <text>Economia</text>
              </elementText>
              <elementText elementTextId="27862">
                <text>Model social</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="39">
            <name>Creator</name>
            <description>An entity primarily responsible for making the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27863">
                <text>Maragall, Pasqual, 1941-</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="42">
            <name>Format</name>
            <description>The file format, physical medium, or dimensions of the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27865">
                <text>Textual</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="44">
            <name>Language</name>
            <description>A language of the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27866">
                <text>Anglès</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="51">
            <name>Type</name>
            <description>The nature or genre of the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27867">
                <text>Conferència</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="53">
            <name>Abstract</name>
            <description>A summary of the resource.</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27868">
                <text>Notes per la conferència pronunciada al King Juan Carlos Center Auditorium, com a Distinguished Visiting Fellow per la King Juan Carlos I of Spain Center of New York University, el primer semestre de 1998.</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="81">
            <name>Spatial Coverage</name>
            <description>Spatial characteristics of the resource.</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27869">
                <text>King Juan Carlos I Auditorium, NYU</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="40">
            <name>Date</name>
            <description>A point or period of time associated with an event in the lifecycle of the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="41350">
                <text>1998-02-11</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
        </elementContainer>
      </elementSet>
      <elementSet elementSetId="4">
        <name>EAD Archive</name>
        <description>The Encoded Archival Description is a common standard used to describe collections of small pieces and to create hierarchical and structured finding aids.</description>
        <elementContainer>
          <element elementId="98">
            <name>Level</name>
            <description>The hierarchical level of the materials being described by the element (may be other level too).</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27870">
                <text>Document</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
        </elementContainer>
      </elementSet>
    </elementSetContainer>
    <tagContainer>
      <tag tagId="1">
        <name>Discursos i conferències</name>
      </tag>
    </tagContainer>
  </item>
  <item itemId="1741" public="1" featured="0">
    <fileContainer>
      <file fileId="1345">
        <src>http://78.47.125.110/files/original/30/1741/19930905_elpais_ConRespetoDesdeLaDiferencia_PM.pdf</src>
        <authentication>f6417cf04835dae978bee6c893e4b89d</authentication>
        <elementSetContainer>
          <elementSet elementSetId="5">
            <name>PDF Text</name>
            <description/>
            <elementContainer>
              <element elementId="118">
                <name>Text</name>
                <description/>
                <elementTextContainer>
                  <elementText elementTextId="42942">
                    <text>EL EMS

^3?
.juntament ae Barcelona

- 5 SET. Î993
C *)11

Con respeto
desde la
diferencia
PASQUAL MARAGALL
Ayer escribí unas notas urgentes sobre el alcalde desaparecido. Decía
que nosotros, que estábamos contra
lo que Porcioles representaba en los
años sesenta, nos entendimos con
gran facilidad con el equipo de asesores que le rodeaba en la alcaldía, y
eso estableció una facilidad de relación que, en mi caso, se vio aumentada al ser funcionario del Gabinete
Técnico de Programación del
Ayuntamiento, creado por José
María de Porcioles en el año 1961:
Porcioles llegó a la alcaldía con
la entrada de Ullastres y Navarro
Rubio en el Gobierno. Trató de conectar con la filosofía de gestión de
Carles Pi i Sunyer —a pesar de la
distancia ideológica— y creó un sistema de gobierno presidencialista y
moderno, basado en los seis delegados de servicios, ciudadanos expertos elegidos por el alcalde.
Con las limitaciones de un catalanismo de la Lliga rebajado por el
drama de la guerra civil y de la dictadura, no dejaba de representar un
acento insólito en un país deshecho
como el nuestro.
Cuando me incorporé al Ayuntamiento como economista, en
1965. el periodo dorado del desarrollismo tocaba a su fin. pero Porcioles permaneció en su cargo siete u
ocho años, construyendo el palacete
Albéniz, influyendo en la modificación parcial del régimen fiscal local
(1966) y sucumbiendo finalmente a

la ofensiva fraguista posterior al
caso Matesa.
Su urbanismo es el de Can Dragó y la Meridiana, el de un tiempo
en el que la provincia recibe de
100.000 a 200.000 inmigrantes al
año, a los que se instala más mal
que bien en un suburbio desordenado.
No tuvo empuje suficiente (y tenía mucho) para construir la red arterial —únicamente hizo una parte
del primer cinturón o Ronda del
Mig—. Después nos costó Dios y
ayuda convencer al Estado y a la
Generalitat de que había que hacerla. Incluso un sector del urbanismo
progresista se puso en contra.
Pero dicho esto. Porcioles representó una cierta continuidad de la
Barcelona fuerte que ha salvat els
mots y las instituciones del país.
De Porcioles se ha abusado a la
hora de resumir y demonizar el pasado.
¡Es tan fácil colgar del cuello de
un gran personaje todos los males
que nos afligían en el pasado!
Hay una cierta pereza local en
virtud de la cual "se vivía mejor
contra Porcioles" que coexistiendo
con el claroscuro de la democracia.
Evidentemente, las cosas eran más
fáciles, más sencillas. Y la seducción
del poder personal —y de las imágenes del poder personal— sigue vigente. (Sólo Serra. Obiols y Roca,
entre los políticos actuales, escapan
a mi parecer a este cliché).
Pero el país, en definitiva, lo hemos hecho entre todos, los esforzados comunistas y socialistas que
aguantaban la bandera catalana
cuando no era moda ser catalanista
y los Porcioles que. muy lejos e incluso en contra de aquéllos, interpretaban un posibilismo pegado al
territorio y a las formas de vida de
la ciudad y del país.
Pasqual Maragall es alcalde de Barcelona.

�</text>
                  </elementText>
                </elementTextContainer>
              </element>
            </elementContainer>
          </elementSet>
        </elementSetContainer>
      </file>
    </fileContainer>
    <collection collectionId="30">
      <elementSetContainer>
        <elementSet elementSetId="1">
          <name>Dublin Core</name>
          <description>The Dublin Core metadata element set is common to all Omeka records, including items, files, and collections. For more information see, http://dublincore.org/documents/dces/.</description>
          <elementContainer>
            <element elementId="50">
              <name>Title</name>
              <description>A name given to the resource</description>
              <elementTextContainer>
                <elementText elementTextId="39357">
                  <text>09.01. Activitat de representació (com a Alcalde)</text>
                </elementText>
              </elementTextContainer>
            </element>
            <element elementId="40">
              <name>Date</name>
              <description>A point or period of time associated with an event in the lifecycle of the resource</description>
              <elementTextContainer>
                <elementText elementTextId="39358">
                  <text>1982-1997</text>
                </elementText>
              </elementTextContainer>
            </element>
            <element elementId="41">
              <name>Description</name>
              <description>An account of the resource</description>
              <elementTextContainer>
                <elementText elementTextId="43845">
                  <text>Aquesta sèrie agrupa els documents sorgits de la funció representativa de l'exercici del càrrec d'Alcalde de Barcelona.</text>
                </elementText>
              </elementTextContainer>
            </element>
          </elementContainer>
        </elementSet>
      </elementSetContainer>
    </collection>
    <itemType itemTypeId="22">
      <name>No tenen tipus</name>
      <description>Tipo temporal para mapear las fichas sin tipo a la base resource template de Omeka S</description>
    </itemType>
    <elementSetContainer>
      <elementSet elementSetId="1">
        <name>Dublin Core</name>
        <description>The Dublin Core metadata element set is common to all Omeka records, including items, files, and collections. For more information see, http://dublincore.org/documents/dces/.</description>
        <elementContainer>
          <element elementId="50">
            <name>Title</name>
            <description>A name given to the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27843">
                <text>Con respeto desde la diferencia</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="49">
            <name>Subject</name>
            <description>The topic of the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27844">
                <text>Porcioles i Colomer, Josep Maria de, 1904-1993</text>
              </elementText>
              <elementText elementTextId="27845">
                <text>Barcelona</text>
              </elementText>
              <elementText elementTextId="27846">
                <text>Alcaldes</text>
              </elementText>
              <elementText elementTextId="27847">
                <text>Franquisme</text>
              </elementText>
              <elementText elementTextId="27848">
                <text>Transició</text>
              </elementText>
              <elementText elementTextId="27849">
                <text>Acció política</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="39">
            <name>Creator</name>
            <description>An entity primarily responsible for making the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27850">
                <text>Maragall, Pasqual, 1941-</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="48">
            <name>Source</name>
            <description>A related resource from which the described resource is derived</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27851">
                <text>El País</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="42">
            <name>Format</name>
            <description>The file format, physical medium, or dimensions of the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27853">
                <text>Textual</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="44">
            <name>Language</name>
            <description>A language of the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27854">
                <text>Castellà</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="51">
            <name>Type</name>
            <description>The nature or genre of the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27855">
                <text>Article</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="40">
            <name>Date</name>
            <description>A point or period of time associated with an event in the lifecycle of the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="41349">
                <text>1993-09-05</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="90">
            <name>Provenance</name>
            <description>A statement of any changes in ownership and custody of the resource since its creation that are significant for its authenticity, integrity, and interpretation. The statement may include a description of any changes successive custodians made to the resource.</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="43761">
                <text>Aquest document forma part del fons municipal de l’Ajuntament de Barcelona (productor de la documentació) i és còpia digital de l’original custodiat a l’Arxiu Municipal Contemporani de Barcelona.</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
        </elementContainer>
      </elementSet>
      <elementSet elementSetId="4">
        <name>EAD Archive</name>
        <description>The Encoded Archival Description is a common standard used to describe collections of small pieces and to create hierarchical and structured finding aids.</description>
        <elementContainer>
          <element elementId="98">
            <name>Level</name>
            <description>The hierarchical level of the materials being described by the element (may be other level too).</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27856">
                <text>Document</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
        </elementContainer>
      </elementSet>
    </elementSetContainer>
    <tagContainer>
      <tag tagId="2">
        <name>Articles</name>
      </tag>
    </tagContainer>
  </item>
  <item itemId="1740" public="1" featured="0">
    <fileContainer>
      <file fileId="1344">
        <src>http://78.47.125.110/files/original/30/1740/19950115_DdG_PM_Article.pdf</src>
        <authentication>cf51ecce2136e1987c39a32fd4ec87f3</authentication>
        <elementSetContainer>
          <elementSet elementSetId="5">
            <name>PDF Text</name>
            <description/>
            <elementContainer>
              <element elementId="118">
                <name>Text</name>
                <description/>
                <elementTextContainer>
                  <elementText elementTextId="42941">
                    <text>1 5 GEN. 1995 (%)
Diari de Girona - ' '
L'alcalde de Barcelona. Pasqual Maragall, fa un
repàs als darrers esdeveniments polítics internacionals, espanyols i catalans a partir d'una carta

en un diari de la Glla d'una víctima del terrorisme
d t'l A. un article de Jean Daniel i una conferencia
de Vaclav Havel. Maragall conclou les seves relie-

sons dient que es pot apostar de valent per la fraternitat, pern -no com una ran prèvia que se ni
imposa, sinó com un designi irrefutable-.

A Cristina Cuesta Gorostidi, Vaclav Havel i Jean
Daniel: Bon any!
per Pasqual Maragall (*)
T a Ramón Jáuregui, també molt bon any!

T

ots anem en el mateix vaixell
asseljat per mil tempestes, fent
aigües per més d'un forat i tots
sentim els crits d uns passatgers contra d'altres. Els oficials
a bord són desbordats pels esdeveniments.
Es diguin Clinton, Balladur, Berlusconi,
Eltsin o González, cap d'ells no sembla
tenir-ho gaire clar. I un que ho tenia clar,
Delors, ha dit que preferia renunciar als
honors.
El nostre Pujol
semhla més tranquil. Ho sembla.
Però, n'està, com
creuen a Madrid?
Ho està més enllà
de la mesura en
què ser cap d'una
autonomia, àdhuc
forta, permet mirar
les coses amb una
certa distancia? Va prometre per Cap
d'Any que algun dia ens parlarà de moral
en general, i no només de corrupció. Restem a l'espera.
En la calma immerescuda, però total i
invasora, d'aquest final d'any a l'Empordà,
amb poca tele i més música que lletra, vaig
llegint tanmateix, a més de la novel·la
emocionant de Taslima Nasrim i la poesia
justa d'Alex Susanna (Boscos i Ciutats), la
carta de Cristina Cuesta a Martí Gómez y
Ramoneda, a La Vanguardia del 30 /5ÜI /
94, l'article &lt;&lt;Annus terribüis» de Jean
Daniel a El País del mateix dia i el discurs
del meu admirat Vaclav Havel al Congrés
Internacional de Pen Club íAvui 1 /XII /
94) que em va passar Josep M. Jaumà el
dia de Nadal.
Penso en la violència a Euskadi (GAL / ETA) i a Bosnia i a
Algèria i Ruanda, la latent à CisJordània, àdhuc la vehemència
dels acampats del 0,7% a la plaça
de Sant Jaume (santa vehemència! Santa vehemència perquè
mai la indignació que produeix la
injustícia patida pels altres no ha
provejeat una guerra. La dreta pot
sublcvar-se contra la ingenuïtat
de certes reaccions humanitàries,
per'» mai no podrà acusar-Ies de
violentes. Curiosa, per cert, la
negativa de la Generalitat a contribuir a l'any de l'ONU contra la
intolerància) i la força legal utilitzada pels Mossos d'Esquadra i
pels policies municipals (sobretot
pels MORSOB, més inexperts) que

e-lf-' vnn fer tora, i quasi diria també la vehemència d'algun editorinlista que ha vist en aquesta
causa de cooperació una de Ics
poques causes nobles. Violències i
vehemències que són testimoni de
l'exaltació del vaixell Terra, de la
brutalitat i sensibilitat dels seus
habitants, nosaltres, i de la indignació que alguns d'ells senten
espontàniament davant un designi que sembla inexorable.
Cristina Cuesta és lafillad'una víctima d'ETA. Escriu que cl
seu dolor només va començar a
tenir sentit el dia que el va posar
al servei dels altres, de les altres
víctimes, els familiars dels morts
d'ETA La cultura de la violència
ens contagia a tots. «Alguna cosa
deu haver fet» li va dir una noia
quan un policia autonòmic va
rebre puntades de peu a les festes
de Bilbao. Cristina diu que aquesta noia «està malalta de violència», que la síndrome del Nord ha
infectat tot Euskal Herria i que

tanmateix no s'ha de ser derrotista. «Avancem lentament, a empentes i rodolons,
però avancem».
La seva Asociación Paz y Reconciliación
ha atès casos de
familiars do víctimes dels GAL,
com Laura Martín, vídua d'un
dels atemptats
atribuïts a la banda contra-terrorista fa una colla
d'anys. Laura
Martín demana
solament un certificat que digui que el seu marit va morir
víctima d'un atemptat terrorista, suposo
que per poder acollir-se al què la llei estableix en aquests casos. Però la sentència
del judici a Arnedo i Domínguez parla d'associació iLb'cita, no d'organització terrorista. Quanta gent de bon cor considera que
els GAL són un problema menor, i que les
seves víctimes «s'ho mereixien» o «alguna
cosa deuen haver fet», diu Cristina, &lt;es
tanca el cercle de l'horror».
La mare del darrer assassinat per ETA,
Alfonso Morcillo, sergent de la Policia
Municipal de Sant Sebastià, va dir que no
volia que ningú més patis el que ella
mateixa estava patint. «Aquest és l'únic
camí», conclou Cristina.
En les paraules de Cristina Cuesta es

�1 5 GEN. 1995

Diari de Girona

sense haver de canviar el món ni convertir
repeteix per dos cops la barreja
l'ètica en acció, -&lt;i d'altres que són aquí per
«'grandesa i misèria», referida al
intervenir en el món i actuar-hi èticament
dolor i als éssers humans, a ella
sense tenir de cap manera la possibilitat
mateixa i als altres. S'hi refereix
d'entendre res del que passa».
com a constatació que «dóna sentit», com deia abans, que ens ajuda
Una divisió del treball més que dubtoa reconèLxer-noB tal com som.
sa, diu Havel: perversa. I fa una crida a un
compromís que comentaré a l'última part
Havel demana mentrestant als
escriptors «una anàlisi mes profun- d'aquestes reflexions.
da de les complexes arrels de la
(11)1/1/95
intolerància, de les fonts de l'agressió
humana, i (...) una clara iLluminadó de la
Finalment ha entrat la tramuntana. Ija
misèria de l'ànima contemporània».
Diana ha inspeccionat els marges i ha
Entres les causes suggereix les frustradecidit quins biirt-s
cions i soledats,
d'alzina s'hauran
lus inadaptacions
• • • • • • • H
de deixar créixer.
individuals i la
Hem anat a Can
pèrdua de les
«Llàstima que assequin el llac Mongol,
també
veritats metafísiques.
d'Ullastret; els quatre xavos que anomenat, segons
l'electricista, Can
«Qualsevol
dona l'ordi no es poden comparar Kelvinator, perquè
acte de violència
els de Can Mongol
contra un indiviamb la joia que donaria el llac» van ser els pridu -diu Havel—
mers a comprar li
deixa de ser una
unfrigoríficd'araó per sentir
qucr,ts marca. No solament els Català han
compassió i esdevé un acte real do violènbarrat el pas del camí del bosc -gràcies a
cia contra tots nosaltres». Com es pot fer
una sentència iniqua, ara que parlem tant
que la gent ho entengui? - e s pregunta.
de jutges- sinó que en Martí Isern, llur veí,
No voldria que ningú pensés que en
hi ha posat del seu cantó unes rodes de
subratllar les barreges misèria / grandesa
regirar els camps per acabar de fer el pas
o violència / vehemència o dolors dels uns /
difícil. Hem passat i hem tirat amunt pel
dolors dels altres, estic suggerint que no es
vell camí de Cursà, tot rumiant sobre l'odi
pot reaccionar a una violència si no és
entre veïns. El de Can Mongol ens diuen
engendrant-ne una altra, que totes les
que si hem vist passar en Maragall. Desviolències són iguals i que al capdavall el
préB, més d'aprop, certifica que el Maragall
món es divideix en ingenus de bona volunde la tele és difhent de l'autèntic, i que en
tat i savis malparits, o com diu Havel,
efecte, el camí de Corsa era aquest quan
«alguns que cobren per escriure dels
ell, de jove, anava a estudi a là Bisbal amb
horrors del món i de la responsabilitat
la bicicleta, però que ara snan perdut els
humana i uns altres que cobren per encarcamins. Terrible sentència també aquesta.
regar-se d'aquests horrors i assumir-ne la
Després de comprovar que la xemeneia
responsabilitat», o si es vol, «alguns que
de la bòvila fa línia recta amb la Mare de
són aquí per comprendre cl món i l'ètica»

Déu del Mont en el mateix indret
del camí, hem tombat cap a l'esquerra i cap amunt, per albirar
les Modes amb l'espetec del
darrer sol. Tot és ple de fang.
Deu meu com ha plogut
aquesta tardor! Tanla aigua com
fruita havia donat el camp. Cine
pots d'olives m'ho li'l aquest, any.
IÎI llac d'Ullastret s'ha tornat :i
fer; llàstima que l'assequin perquè els quatre xavos que dóna
l'on I i no en poden compartir iimh
la joia -i els calers- que domuki
el llac. Els esplugalxws dels
aiguamolls de Castelló s han alineat aquí. Abans-d'ahir, anant cap
a Empúries a veure els Ruhcrt i
el seu pare malalt, vam veun- els
esplugfill·lius campant amb el coll
graciós en essa. Aconseguirà en
Rargatal que el llac es refaci un
dia? L'Albert Vilalta no m'ha contestat el suggeriment telefònic
que li vaig fer quan el llac era ple.
Lex-alcaldc de Fontanilles en
canvi ho tenia dar, el llac sempre
havia estat allà quan ell era jove.
Fa dos anys, tombat d'esquena
n terra al camí de Corsa, meditava sobre els Jocs tot just passats,
i sobre els «jocs» que havien de
venir. Caram si han vingut! De
canto! Tol el que imaginava era
poc. L'èxit no es perdona. Afortunadament ja són passats i Barce-

09.

�1 5 GEN, 1995

Diari de Girona
»

es mantó, Conde i J&gt; la Rosa són al lloc
previsible mentre Berlusconi encara és
limn gaudeix de bona salut No així cl país
primer ministre, a Catalunya hem tingut
en general. A.Catalunya, focs i aiguats,
el primer debat parlamentari seriós..., en
consellers canviats per temes lletjos,
fi, Veix transversal va estrenar el segon
empresaris modèlics a la presó; a Espantram entre Calldetenes i Sant Sadurní
ya, semblantment i, de propina, el tema
d'Osormort: 8,6 quilòmetres. «Més val això
dels GAU que ha marcat el pas de l'any
que res», setze anys després de la recupemés que el show de la genial Lloll des de la
ració de l'autonomia de Catalunya!
plaça Rius i Taulet.
Això sí, les rieres del Maresme contiHe estat mirant enquestes. Del juny
nuen sortint de mare. I a Barcelona ningú
cap aquí hem rebotat amb èxit. CiU, que
no es recorda que ens inundàvem cada dos
ens va passar a la ciutat de Barcelona de
anys: plaça Cerdà, avinguda d'Icària,
moltes desenes de milers de vote ifins i tot
carrer Prim, carrer Cartellà, Sant Pau del
el PP ens va passar), ara ens ha passat al
Camp, el Raval, Eduardo Aunós, carrer
darrere. Gran exit per a una campanya
Mineria, Can Farrero. etc.. Toquem fusta.
pre-elecloral llançada un any abans de la
data: en sis mesos han perdut tot l'avanç
que tenien i una micu més.
(i O I ) 2 / 1 / 9 5
El que ha estat francament ben dut és
Anem per les perspectives i els plans
cl comiat d'en Roca de Madrid. El pobre
d'acció. Jean Daniel no veu més llum a la
Santiago Roldan -el Roldan bo- s'hi va
França del final de l'era Mitterrand, que
tn&gt;bar cl dia abans anant de Barcelona a
en l'Abbé Pierre i els jutges. 1-a seva visin
Madrid eu un avió mig buit amb cl mateix
del món al 94 no pot ser més desespeRoca acompanyat de TV3. Les cameres
rançada. Interesvan invadir la nau
sa la seva reflexió
àuria, ¡i cop d'i us is^^^^^^^^M ^ ^ ^ ^ ^ ^ ^ ^ ^ _
després de consitir el comandant,
derar la matança
que protestava:
• pot ser que algun
«En Miquel Roca ha fet el que de 150.000 tutsis
a Ruanda I postesenyor vagi a
Madrid acompaem va anunciar fa quatre anys rior a la de
100.000 hutus a
nyat d'una senyora
(i el contrari del que em va dir Burundi, 1972):
que no sigui la
tant de bo els
fieva i vostès cl
fa dos anys): tornar, però no per afriennistes tinpoden perjudicar!»
guessin raó que
Argumenta l'altuser el dofí consagrat
tots aquests odis
ra de les cirels va dur el colocumstàncies.
nialisme, però em
Finalment en
temo, diu, que no hi va haver una edat d'or
Miquel ha fet el que vam anunciar fa quapre-coloniaJ.
tre ¡mys dinant al Palauet (i cl contrari del
que em va dir fa dos anys a ca la Pilareta ):
' Poques sortides, doncs, en la reivrie histornar, però no per ser el dellï consagrat.
toricista, en l'estat previ o «natural-.
En Pujol encara somnia en aquella -ineCristina Cuesta ens proposa un camí:
xistent- reunió Pasqual, Miquel, Narcís a
la reconciliació de les víctimes, llur renúnRupià, i continua escampant que en Maracia a fer més mal. Camí difícil, que la
gall té la culpa de tot: corrupció de CiU
humanitat ha fet rarament.
inclosa.
Però el crit de Havel des del centre
Històries personals a part, 1994 també
d'Europa i des de la frescor dels que
ens ha dut algunes bones notícies: acord de «vénen del fred» i han patit totes les oprespau Israel-Palestina, reconciliació a la
sions, ens diu que hi ha una sensibilitat
Sud-àfrica de Mandela, inici de recuperamundial creixent en aquest sentit.
ció econòmica sense gaire inflació. Fòrum
No sé si Mendiluce hi estaria d'acord.
5+5 al Mediterrani i anunci de la cimera a
Fa unes setmanes va predicar a la Casa de
Barcelona, una colla de països del Tercer
la Caritat de Barcelona la necessitat de
Món continuen creixent més que el primer
passar a l'atac, de reaccionar davant els
món, primer debat sobre autonomies al
Zhirinovskis, els neo-nazismes i la passiviSenat (el més important a l'Espanya
tat civilitzada d'Europa.
moderna), el 0,7 avança (som al 0,5),
Fa dos mesos, quan vam trobar-nos
SEAT torna a vendre cotxes, l'exportació
amb l'alcalde de Sarajevo i el trio Mendilu-

�1 5 GEN. 1995

Diari de Girona

com el que Susan Soiling ha mostrat a
œ, Kouchner, Cohn-Bendit. ora evident la
Sarajevo - per cumins visible* o invisibles.
doblo necessitat d'una lòcça d ingerència o
por ajudar que la gent pugui obrir els ulls.
interposició i d u n a accióc'..il do wl.lnbinaEls polítics, almenys els mes intel·ligents,
ció entre ciutats: I «ambaixada de In
no rebutjaran una activitat com aquesta,
democràcia" a Sarajevo o«-« la proposta del
al contrari, l'agrairan (...) Una ven que
regidor de Cultura do Frankfurt. Uns
«punts d'encontre de la ciutadania» a Sara- sigui més que una mera queixa!».
jevo, peri) també polsera París, Frankurt i
Ingenuïtat? No m'ho sembla del tot Si
Barcelona, va per el suggeriment final.
que m'ho semblaria que es pensés que e!
que cal purament és com diu Cristina
Ija Guàrdia Urliana de Rarcelona vu
Cuesta, -defensar-nos dels salvadors de
salvar més vides a Ruanda que algunes de
pàtries», o com ha dit Havel algun cop.
les foires ONI 1 d'interposició. Simplement,
defensar-nos de la reacció de les cultures
posant ordre a les fileres de gent famMira i
singulars davant la forçada barreja interposant els febles al davant.
nacional de cultures. Tenir aquestes preHi tornarem. Una col·laboració internavencions per dogma,salvador tampoc no
cional, més ben dit, interciutats, entre poliens du gaire lluny. Es rcforawlar la precies municipals, serveis de neteja i elimigunta sense contestar-la: com conviurà la
nació de residus, salut pública local, comsingularitat amb la universalitat, la raó
panyies municipals o concessionàries d'aiamb l'individu? Kls estats amb les cull ligua, gas, electricitat. concessionàries de
res? .
telecomunicacions, etc.. farà molt pt&gt;r combatre efectivament els desastres. J a va ser
«Ks quan la maldat humana deixa de
un gran èxit que l'ONL" admetés l'ampliaser un assalt ais nostres sentiments -diu
ció del concepte d'ajut humanitari, fins l'a
1 lavcl- i os converteix en una amenaça
poc limitat a
directe contra nnsalaliments,
tres-, que es pel. promedicaments i
duir -un despertar de
vestits, a nous
la gent pel que l'a al
conceptes de
«L·s diferències entre l'eiror i seu sentit de la rescaràcter muniponsabilitat respecte
l'encert són graduals, no són al món». &lt;) com diu hi
cipal: subministrament d'ena Cuesta,
enlluernadores ni categòriques i, Cristi
nergia, calefac••avancem, lentació i aigua, elifiero avancem».
per tant, val més equivocar-se de ment,
mi nació de
Kns fan falta «lues
residus i uniaquest any: ( I )
poc optant per les pàtries petites» cuses,
formitat per les
reconèixer que solament «les deia singuforces de prolaritat i la modèstia
tecció.
podem parlar fort; que parlar dos de la
Això no treu la necessitat de desenvoluuniversalitat, des de la raó. des de la revopar el dret d'ingerència sobre la l&gt;ase de
lució francesa o el dret natural, tant se val.
forces internacionals de voluntaris remuno és ja creïble, perquè totes les revolunerats. La pregunta no resolta és: el dret
cions i totes les raons (i totes les reaccions,
d'ingerència de qui? Els oi-ganismes interi la del Gingrich no serà excepció) han progovernamentals són poc electius perquè
duït monstres; i &lt;2) que les diferencies
tendeixen a la competència a ia baixa deis
entre l'error i l'encert són graduals, no són
compromisos de cada govern: ningú no vol
enlluernadores ni categòriques, i que per
ser titllat de primo.
tant val més equivocar-se de por optant
En cl terreny de la conscienciació Havel
per les pàtries petites i els governs locals,
fa una proposta clam als intel·lectuals:
pel lliure mercat corregit, per la llibertat
«Crear gradualment una mena de lobby
no dogmàtica amb cohesió social, per l'ind'abast mundial, una germandat especial;
terès propi compatible amb el dels altres.
si em deixen fer servir l'expressió: una esA partir d'aquí podrem apostar de valent
pècie de màfia conspiratòria que tingués la
per la fraternitat no com una raó prèvia
intenció no solament d'escriure llibres meque se'ns imposa, sinó com un designi iiTeravellosos o manifestos puntuals, sinó defutable, una tendència m-ixent: no com un
tenir realment força en la política i en el
principi sinó com un fi.
coneixement humà dins d'un esperit de
solidaritat, d'una manera coordinada, deliberada -si cal amb un compromis personal
(*) Alcalde de Barcelona

te

�</text>
                  </elementText>
                </elementTextContainer>
              </element>
            </elementContainer>
          </elementSet>
        </elementSetContainer>
      </file>
    </fileContainer>
    <collection collectionId="30">
      <elementSetContainer>
        <elementSet elementSetId="1">
          <name>Dublin Core</name>
          <description>The Dublin Core metadata element set is common to all Omeka records, including items, files, and collections. For more information see, http://dublincore.org/documents/dces/.</description>
          <elementContainer>
            <element elementId="50">
              <name>Title</name>
              <description>A name given to the resource</description>
              <elementTextContainer>
                <elementText elementTextId="39357">
                  <text>09.01. Activitat de representació (com a Alcalde)</text>
                </elementText>
              </elementTextContainer>
            </element>
            <element elementId="40">
              <name>Date</name>
              <description>A point or period of time associated with an event in the lifecycle of the resource</description>
              <elementTextContainer>
                <elementText elementTextId="39358">
                  <text>1982-1997</text>
                </elementText>
              </elementTextContainer>
            </element>
            <element elementId="41">
              <name>Description</name>
              <description>An account of the resource</description>
              <elementTextContainer>
                <elementText elementTextId="43845">
                  <text>Aquesta sèrie agrupa els documents sorgits de la funció representativa de l'exercici del càrrec d'Alcalde de Barcelona.</text>
                </elementText>
              </elementTextContainer>
            </element>
          </elementContainer>
        </elementSet>
      </elementSetContainer>
    </collection>
    <itemType itemTypeId="22">
      <name>No tenen tipus</name>
      <description>Tipo temporal para mapear las fichas sin tipo a la base resource template de Omeka S</description>
    </itemType>
    <elementSetContainer>
      <elementSet elementSetId="1">
        <name>Dublin Core</name>
        <description>The Dublin Core metadata element set is common to all Omeka records, including items, files, and collections. For more information see, http://dublincore.org/documents/dces/.</description>
        <elementContainer>
          <element elementId="50">
            <name>Title</name>
            <description>A name given to the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27827">
                <text>A Cristina Cuesta Gorostidi, Vaclav Havel i Jean Daniel: Bon any! I a Ramón Jáuregui, també molt bon any!</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="49">
            <name>Subject</name>
            <description>The topic of the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27828">
                <text>Conflictes socials</text>
              </elementText>
              <elementText elementTextId="27829">
                <text>ETA</text>
              </elementText>
              <elementText elementTextId="27830">
                <text>Espanya</text>
              </elementText>
              <elementText elementTextId="27831">
                <text>Globalització</text>
              </elementText>
              <elementText elementTextId="27832">
                <text>Catalunya</text>
              </elementText>
              <elementText elementTextId="27833">
                <text>Barcelona</text>
              </elementText>
              <elementText elementTextId="27834">
                <text>Balanç</text>
              </elementText>
              <elementText elementTextId="27835">
                <text>Acció política</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="39">
            <name>Creator</name>
            <description>An entity primarily responsible for making the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27836">
                <text>Maragall, Pasqual, 1941-</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="48">
            <name>Source</name>
            <description>A related resource from which the described resource is derived</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27837">
                <text>Diari de Girona</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="42">
            <name>Format</name>
            <description>The file format, physical medium, or dimensions of the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27839">
                <text>Textual</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="44">
            <name>Language</name>
            <description>A language of the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27840">
                <text>Català</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="51">
            <name>Type</name>
            <description>The nature or genre of the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27841">
                <text>Article</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="40">
            <name>Date</name>
            <description>A point or period of time associated with an event in the lifecycle of the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="41348">
                <text>1995-01-15</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="90">
            <name>Provenance</name>
            <description>A statement of any changes in ownership and custody of the resource since its creation that are significant for its authenticity, integrity, and interpretation. The statement may include a description of any changes successive custodians made to the resource.</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="43760">
                <text>Aquest document forma part del fons municipal de l’Ajuntament de Barcelona (productor de la documentació) i és còpia digital de l’original custodiat a l’Arxiu Municipal Contemporani de Barcelona.</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
        </elementContainer>
      </elementSet>
      <elementSet elementSetId="4">
        <name>EAD Archive</name>
        <description>The Encoded Archival Description is a common standard used to describe collections of small pieces and to create hierarchical and structured finding aids.</description>
        <elementContainer>
          <element elementId="98">
            <name>Level</name>
            <description>The hierarchical level of the materials being described by the element (may be other level too).</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27842">
                <text>Document</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
        </elementContainer>
      </elementSet>
    </elementSetContainer>
    <tagContainer>
      <tag tagId="2">
        <name>Articles</name>
      </tag>
    </tagContainer>
  </item>
  <item itemId="1739" public="1" featured="0">
    <fileContainer>
      <file fileId="1343">
        <src>http://78.47.125.110/files/original/3/1739/01_Retrat_BN.jpg</src>
        <authentication>44a3f6bd6d42db671fe6da60db30a752</authentication>
      </file>
    </fileContainer>
    <collection collectionId="3">
      <elementSetContainer>
        <elementSet elementSetId="1">
          <name>Dublin Core</name>
          <description>The Dublin Core metadata element set is common to all Omeka records, including items, files, and collections. For more information see, http://dublincore.org/documents/dces/.</description>
          <elementContainer>
            <element elementId="50">
              <name>Title</name>
              <description>A name given to the resource</description>
              <elementTextContainer>
                <elementText elementTextId="16">
                  <text>09. Alcalde de Barcelona</text>
                </elementText>
              </elementTextContainer>
            </element>
            <element elementId="82">
              <name>Temporal Coverage</name>
              <description>Temporal characteristics of the resource.</description>
              <elementTextContainer>
                <elementText elementTextId="17">
                  <text>1982-1997</text>
                </elementText>
              </elementTextContainer>
            </element>
            <element elementId="41">
              <name>Description</name>
              <description>An account of the resource</description>
              <elementTextContainer>
                <elementText elementTextId="35670">
                  <text>Documentació emanada de l'exercici de Pasqual Maragall com a Alcalde de Barcelona.</text>
                </elementText>
              </elementTextContainer>
            </element>
            <element elementId="51">
              <name>Type</name>
              <description>The nature or genre of the resource</description>
              <elementTextContainer>
                <elementText elementTextId="35671">
                  <text>Sèrie</text>
                </elementText>
              </elementTextContainer>
            </element>
          </elementContainer>
        </elementSet>
      </elementSetContainer>
    </collection>
    <itemType itemTypeId="6">
      <name>Imatge fixa</name>
      <description>A static visual representation. Examples include paintings, drawings, graphic designs, plans and maps. Recommended best practice is to assign the type Text to images of textual materials.</description>
      <elementContainer>
        <element elementId="7">
          <name>Format original</name>
          <description>The type of object, such as painting, sculpture, paper, photo, and additional data</description>
          <elementTextContainer>
            <elementText elementTextId="39258">
              <text>Paper revelat (B/N)</text>
            </elementText>
          </elementTextContainer>
        </element>
      </elementContainer>
    </itemType>
    <elementSetContainer>
      <elementSet elementSetId="1">
        <name>Dublin Core</name>
        <description>The Dublin Core metadata element set is common to all Omeka records, including items, files, and collections. For more information see, http://dublincore.org/documents/dces/.</description>
        <elementContainer>
          <element elementId="50">
            <name>Title</name>
            <description>A name given to the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27818">
                <text>Retrat de Pasqual Maragall en blanc i negre</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="49">
            <name>Subject</name>
            <description>The topic of the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27819">
                <text>Fotografia</text>
              </elementText>
              <elementText elementTextId="27820">
                <text>Maragall Mira, Pasqual, 1941-</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="41">
            <name>Description</name>
            <description>An account of the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27821">
                <text>Retrat frontal i de mig cos. Maragall somrient.</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="39">
            <name>Creator</name>
            <description>An entity primarily responsible for making the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27822">
                <text>Bernad, Antoni, 1944-</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="42">
            <name>Format</name>
            <description>The file format, physical medium, or dimensions of the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27824">
                <text>B/N, jpg</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="51">
            <name>Type</name>
            <description>The nature or genre of the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27825">
                <text>Imatge</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="47">
            <name>Rights</name>
            <description>Information about rights held in and over the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="39259">
                <text>Antoni Bernad</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
        </elementContainer>
      </elementSet>
      <elementSet elementSetId="4">
        <name>EAD Archive</name>
        <description>The Encoded Archival Description is a common standard used to describe collections of small pieces and to create hierarchical and structured finding aids.</description>
        <elementContainer>
          <element elementId="98">
            <name>Level</name>
            <description>The hierarchical level of the materials being described by the element (may be other level too).</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27826">
                <text>Document</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
        </elementContainer>
      </elementSet>
    </elementSetContainer>
    <tagContainer>
      <tag tagId="11">
        <name>Fotografies</name>
      </tag>
    </tagContainer>
  </item>
  <item itemId="1738" public="1" featured="0">
    <fileContainer>
      <file fileId="1342">
        <src>http://78.47.125.110/files/original/23/1738/0000001395.pdf</src>
        <authentication>3fd36f86134b82505054a2759d97763a</authentication>
        <elementSetContainer>
          <elementSet elementSetId="5">
            <name>PDF Text</name>
            <description/>
            <elementContainer>
              <element elementId="118">
                <name>Text</name>
                <description/>
                <elementTextContainer>
                  <elementText elementTextId="42940">
                    <text>229
The Journal
of Architecture
Volume 4
Autumn 1999

The Royal Gold Medal 1999: the
City of Barcelona

The Royal Institute of British Architects since 1848 has advised the Monarch on the award
of the Royal Gold Medal to individuals for distinguished services to architecture. In 1999
precedent was broken to award the Royal Gold Medal to the City of Barcelona. The
Journal of Architecture is celebrating this award by publishing the ‘Jury Citation’ and
‘Notes accompanying the Jury’s Citation’, followed by the texts of three of the speeches
which preceded and followed the presentation: ‘Award of the Royal Gold Medal to
Barcelona’ by Robert Maxwell; ‘Architecture and City in an Open World’ by Pasqual
Maragall i Mira (Mayor in 1982, 1983, 1987, 1991, 1995 and 1997); and ‘Ten points on an
Urbanistic Methodology’ by Oriol Bohigas (who, as architect, served Barcelona City Council
as Delegate for Urban Affairs 1979–1983, Co-ordinator for Urban Affairs 1983–4, Urbanism
Special Advisor 1984–1991 and elected Councillor for Culture 1991–4). The example of
Barcelona as revealed through these texts provides insights, and evidence of a collective
inspiration, to be emulated wherever urban regeneration forms part of a political and
social agenda shared by city authorities, business interests, designers and citizens.

Jury Citation
In 1999, precedent has been broken to award the
Royal Gold Medal to a city: to Barcelona (Fig. 1),
its government, its citizens and design professionals
of all sorts. Inspired city leadership, pursuing an
ambitious yet pragmatic urban strategy and the
highest design standards, has transformed the city’s
public realm, immensely expanded its amenities
and regenerated its economy, providing pride in its
inhabitants and delight in its visitors. All cities,
especially London, for too long without directing
inuences, can learn much from this example,
which many already follow.
Both the process and results of Barcelona’s
rebirth are exemplary. Though always with citywide goals in mind, initial interventions were local
and low budget, yet big in impact – not least
© 1999 The Journal of Architecture

because their design air drew international
plaudits. From creating parks and plazas wherever opportunities arose, this strategy snowballed, gathering enthusiasm and nance – adding
schools, health-care and cultural facilities and
attracting all sorts of public/private partnerships – all the way up to realising very major
infrastructural projects. Hosting the Olympics was
only a part of this larger, still continuing strategy
of up-grading the whole city.
Barcelona is now more whole in every way, its fabric healed yet threaded through with new open
spaces, its historic buildings refurbished yet its facilities expanded and brought up-to-the-minute. Past
and present, work and play are happily inter-meshed
in a new totality that is more than its often splendid
parts, and is better connected even to sea and
1360± 2365

�230
The Royal
Gold Medal
1999

Figure 1. View of
Barcelona looking
east (Agència
Metropolitana de
Desenvolupament
Urbanistic i
d’Infrastructures
S.A.).

mountains. And yet the character of Barcelona,
though changed, is more distinct than ever and ready
for the global age in which cities as much as nations
are in direct competition for jobs and investment.
Many people at all levels of administration, in
the city’s business and cultural communities as well
as its architects and designers, played large parts
in this resurgence. The process was set in motion
by Narcis Serra, the rst democratic mayor, and
Oriol Bohigas, the Co-ordinator for Urbanism from
1980–4. But most of the transformation was

achieved by Pasqual Maragall, mayor from 1982–
1997 and Josep Acebillo, Director of Urban Projects
from 1980–8 and Director for the Municipal
Institute for Urbanistic Promotions from 1988–
1993. It continues today under Joan Clos,
Maragall’s deputy and now successor as Mayor
with Acebillo in charge of infrastructural projects
as Director of Barcelona Regional. Under the guidance of these men, architects, urban designers,
landscape architects and road engineers have fused
their disciplines to create the new Barcelona.

�231
The Journal
of Architecture
Volume 4
Autumn 1999

The Award is intended to celebrate the achievements of Barcelona and Catalonia, yet also of
Spain, the many excellent architects who remained
relatively unknown during the Franco era, as well
as the current resurgence of architecture and
design. The quality of so many contemporary
Spanish buildings and urban spaces, of products
and architectural design publishing is outstanding.
Probably nowhere else in the world are there so
many recent examples, in cities and small towns,
of a benign and appropriate attitude towards
creating a civic setting for the next century.

Notes accompanying the Jury’s Citation
Hemmed between mountains and sea, Barcelona
is a compact city, its 1.7 million inhabitants
crowded into less than 100 square kilometres. Still
displaying parts of its Roman walls, it is a city
famous for architecture: Gothic ecclesiastical buildings, palaces and shipyards; the grid of its nineteenth-century extension planned by the engineer
Idelfons Cerdà; exuberant Modernista architecture
of Gaudí, Domenech y Muntaner and Puig y
Catafalque; and the Modern architecture of José
Luis Sert and José Antonio Coderch, as well as the
(now reconstructed) German Pavilion of Mies van
der Rohe. Now, since democracy came to Spain in
1975, the city has owered further, both architecturally and in every other way, so as to be unrivalled as a destination for pilgrimages and all
other enthusiasts for civilised city life.
Decades of Franco dictatorship left Barcelona
with its historic fabric largely intact. But, besides
being edged by dismal new housing, it was desperately run down and short of civic amenities. It was

also in economic doldrums. Urgent action was
required – and initiated immediately by Narcis
Serra, who became Mayor following the rst democratic municipal elections in 1979 and Oriol
Bohigas, his delegate for Urban Affairs. They recognised that many proposals of an already existing,
city-wide plan for Barcelona – such as construction
of a motorway ring around it – were sound, but
impossible to implement. So they inverted the
normal planning process and, instead of working
from the large scale downwards, they started at
the local level with the immediate needs of the ten
neighbourhoods into which they had divided the
city. But, though the initial focus was on small and
easily-implemented projects, the ultimate goal was
always to transform the whole city. Although this
strategy had already been set in motion, those who
oversaw most of its implementation were Pascal
Maragall, Serra’s deputy who took over as Mayor
in 1982 (when Serra was promoted to Minister of
Defence in the Spanish government), and Josep
Acebillo, the Director of Urban Projects.
The rst projects were parks and squares, which
were relatively cheap yet highly visible. Built wherever sites were available, these provided muchneeded open space in the old city, and foci and
denition in the amorphous new suburbs. Where
possible, these now form chains of linked spaces
that help tie the city together in a more varied yet
intact entity. Early projects that brought immediate
attention and acclaim include: the astringently
avant garde Plaça del Països Catalans by Helio
Piñón &amp; Albert Viaplana with Enric Miralles outside
Barcelona’s main railway station (Fig. 2); nearby the
playful Parc de l’Espanya Industrial by Luis Peña

�232
The Royal
Gold Medal
1999

Figure 2. Plaça del
Països Catalans –
Helio Piñón &amp; Albert
Viaplana with Enric
Miralles (photo
Cunningham).

Ganchegui and Francesc Ruis; and the Plaça de la
Palmera, a collaboration between Pedro Barragán
and Bernardo de Sola and the sculptor Richard
Serra. Each of these realises very different yet
complementary civic visions, as, for example do two
slightly later parks in old quarries; the sombre
monument of the Fossar de la Pedreera by Beth
Galí and the family-oriented Parc de la Cructa del
Coll by MBM.
Many of these plazas and parks, and the other
local projects that followed, are designed in an
uncompromisingly contemporary idiom; and the
controversy this provoked was welcomed for
bringing, along with lively debate, a sense of local
involvement as well as international acclaim and
investment. Soon the local projects included
building such other much-needed facilities as
schools, health facilities and libraries, and refurbishing many of Barcelona’s most famous historic
monuments. Exemplary schemes of the latter sort
include the restoration of Gaudí’s Parc Güell by José
Antonia Martinez-Lapeña &amp; Elias Torres, the conversion of a print works by Domenech y Muntaner

into the Fundacio Tapies by Amado &amp; Domenech,
the extension of Domenech y Muntaner’s Palau
Musica by Oscar Tusquets and the conversion of
the Casa Caritat into a museum by Piñón &amp;
Viaplana. Such undertakings encouraged the
sprucing up of the whole city.
To accelerate the snow-balling momentum of the
regenerative process, Barcelona seized the 1992
Olympic Games. Crucially, the funds drawn in were
invested in projects that served not just the
Olympics but were key parts of the City’s long-term
transformation. Besides leading to many ne buildings – including Velodrome and Badolona Sports
Pavilion, both by Esteve Bonell and Francesc
Ruis, the Archery Facilities by Enric Miralles and
Carme Pinós and Collserola Telecommunications
Tower by Foster and Partners – major urban design
and infrastructural projects were realised. The most
exemplary of these are the Nova Icaria Olympic
Village, master planned by MBMP (Josep Martorell,
Oriol Bohigas, Peter Mackay with Albert
Puigdomènech) and the Cinturon motorway that
now rings Barcelona.
Nova Icaria fuses the best of traditional and
modern urban forms into a new hybrid that reconnects the city to the sea, and ve kilometres of
new beaches that are part of the many new leisure
facilities that enhance the city’s capacity for hedonism. The Cinturon is remarkable for the way skilful
design has ensured that it brings together, rather
than is a barrier between, the city and the
surrounding mountains and sea. This is the result
of an extraordinarily close collaboration between
road engineers, landscape architects and urban
designers brought about by Maragall and Acebillo.

�233
The Journal
of Architecture
Volume 4
Autumn 1999

Such intense collaboration is one of their greatest
achievements, along with ensuring that private
sector investment has been to the same high
design standards as found in the public sector. In
this last they have been aided by the fact that
perhaps no other city has a comparable pool of
architectural talent to draw from.
The Olympics was a climax to, but not the end
of, Barcelona’s transformation. As well as the
construction of the controversial but very popular
Port Vell leisure complex in the old harbour, new
open spaces and public facilities are still being
built. Several major infrastructural developments
are planned or underway, most of which will
serve not only Barcelona but also lead to the better
balanced development of its metropolitan region.
Such public/private joint ventures are drawing in
yet more private investment and jobs that will
help ensure that Barcelona should be a major player
in the global future as well as one of the most
civilised and enjoyable of all cities to live in and
visit.

Award of the Royal Gold Medal
to Barcelona
Robert Maxwell
I am honoured to have been asked to introduce
to you the gifted individuals who have so notably
contributed to the development of city planning
in our time, so successfully indeed, that the city
of Barcelona has been personied so that it
can receive the Royal Gold Medal, through their
joint efforts and dedication to an ideal city development.

City planning is a modern subject, about as old
as modern architecture, about as old as Le
Corbusier’s concept of urbanism. But does this
subject really exist? In spite of the success of Milton
Keynes, it is the existing cities that remain the
toughest problem. City planning was meant to be
a science, but standards change as fast as the practical measures taken, so that evaluation becomes
difcult. Analytical concepts may not last for very
long, statistics have little effect on appearances.
There seems to be some unfortunate relation
between the logistics of city growth, the economics
of business, and the short life of political initiatives,
that has made it difcult to pursue an evolutionary
policy over a long enough time for results to show.
Attempts to reshape existing cities like our own
Birmingham, using analytical concepts like motorway box, neighbourhood unit, tower block have
not been very successful. Appearances have been
against them.
At the same time the growth of the tourist
industry has provided an entirely different measure
of what an urban environment can be. People on
vacation ock not only to beaches, but to cities
that are full of attractive buildings and spaces, that
derive their distinctive character from patterns of
use rather than from patterns of analysis. Tourists
visit Clough Williams Ellis’s Port Mereion and
François Spoerry’s Port Grimaud, both elegant
ctions deriving from Camillo Sitte’s largely ctional
work ‘City Planning According to Artistic Principles’.
Could it be that architecture has a role to play
in lling the gap between abstract planning and
lived experience, between what works logistically
and what works socially, between necessity and

�234
The Royal
Gold Medal
1999

appearance? Could it be that city planners need to
be more sensitive to what buildings can do to
shape the city and give it meaning? Because this
seems to have been the crucial idea that has
resulted in the conspicuous success of Barcelona.
Barcelona is, perhaps, a fortunate place, being
at one and the same time a city, a port and a
beach. It is in the south, so it has sun. But it is
also in the north, so it has energy. It has Antonio
Gaudí, more familiar to ordinary families than Pablo
Picasso. And it has Cerda, whose gridded plan of
1859 provided structure, but also freedom,
providing sites for buildings and buildings for sites.
But this formula is still too ideal for our situation today. We have to deal with the city largely
as it is, and look for growth more from economic
management than from an ideal layout. In order
to deal with the city more as an organism, we have
had to re-conceptualise it in terms of its social
value. And this, it seems to me, has been accomplished largely through the insights provided by
the Italian architect Aldo Rossi, whose book
‘L’Architettura della Città’ appeared in 1996. Rossi
was a visionary who saw the city as a repository
of meaning, and who also saw the individual buildings as the catalyst which allowed social energy to
ow into the city.
The reason why city planning is so difcult has
nothing to do with the ideology of modern architecture. Radical interventions like Danny Libeskind’s
Victoria and Albert spiral or Richard Rogers’s Lloyds
take their meaning from the situation in which they
are placed in the city, as much as from their unusual
forms. Lord Rogers has been unequivocal in his
defence of the inner city.

The order of the city exceeds the order of any
one building and acts as a shared framework which
provides meaning, at the same as it accepts
each intervention as foreshadowing a change of
meaning. To build in Barcelona, then, is analogous
to writing in Catalan; the existing both accepts the
new and is changed by it.
A single gifted individual can provide a crucial
stimulus to cultural change, yet at the scale of the
city their effort can be lost. To change the evolution of a whole city in a period of twenty years –
Catalonia gained its political autonomy only in
1977 – is an outstanding achievement, and it
needed more than one man. I give you then ve
men – three mayors in succession: Narcis Serra,
Pasqual Maragall and Joan Clos; then Josep
Acebillo, Director of Urban Projects from 1980–8,
and Oriol Bohigas, the Co-ordinator for Urbanism
from 1980–4.
In hailing this achievement in the names of the
ve wise men we salute not only individual efforts
but their collective wisdom – their perception of
the process by which the city grows, their patience
in seeing growth as a way of giving shape, and
their moral sagacity in co-operating with the spirit
of the times.

Architecture and City in an Open World
Pasqual Maragall i Mira
If we look down upon Europe from a satellite we
will see a constellation of points or specks of light.
What we will not see are borders between states
or regions. The constellations we see are our constructions, our physically existing cultures.

�235
The Journal
of Architecture
Volume 4
Autumn 1999

Simply by taking in this image we learn something useful about the world, something that the
concept of global village doesn’t tell us. The
organisation of these specks of light, which are
the reection of our cities, traces certain paths,
pointing out concentrations and revealing empty
spaces. These are dense concentrations such as the
Randstadt, the English South East, the Ruhr-Rhine
valley, the Genoa-Turin-Milan triangle, or the high
point of some coastal lines that look like a linear
city, just as in Naples or in Barcelona and the
northern Mediterranean coast of Spain up into the
Gulf of León.
The only road that leads from the present world
of states to the global world, to the open world,
to the world without borders, is precisely this: it is
a route that traverses the world of cities and the
Europe of regions. The global world, this ‘global
city’, this notion that my city no longer exists
because my real city is the world, is not a very
useful idea. It is a paralysing concept.
Global thought makes considerable mistakes. In
1974, it announced that oil reserves would last only
twenty more years, and here we are in year twentyve! Another mistake: we were told that the world
population would stop growing in the year 2050,
at some 15,000 million inhabitants. Now it seems
it will reach its peak long before, in 2015/2020,
and with many fewer inhabitants.
Fortunately, a good catchphrase emerged from
the Rio de Janeiro Earth Summit where global
thinking was established. It said: ‘Do locally everything that can be done locally’, by way of saying:
‘avoid the transportation of energy – whether pure
or compact – whenever possible’.

Also the European Union establishes an ‘evercloser bond between people where everything will
be done as close as possible to the citizenry’; in
truth, this is a revolutionary proclamation that
changes the constant tendency of ideas, since
1789, to adopt a naïve universalit y.
At this point, we must ask ourselves what the
devil architecture has to do with all this?
What architecture has to do with it, is that architecture is the art of constructing cities, and the city
is once again taking its place at the centre of the
world’s attention.
Today’s globalisation is neither right nor denitive. It is just the latest of the waves of universalisation that have followed one another cyclicall y
throughout history. At the end of the nineteenth
century, both nanciers and proletarians were internationalists as well as aristocrats like the Baron of
Coubertin.
In this century, the lesson in humility that we
ought to have derived from the audacity and
stupidity of our collective pretensions is overwhelming.
We must therefore admit that, for the moment,
the global world can only be constructed piece by
piece, by regionalising its organisation, and we
must understand that such regionalisation will be
established at the level marked as the minimum
economic size by the largest economy. The creation
of the United States in 1776 sanctioned the necessary unication of Europe two centuries ago. How
could we not have realised it?
The world is only a global world for a few, and
within limits. It is above all a world of cities, of
places where business and workers on the one

�236
The Royal
Gold Medal
1999

hand and public representatives on the other try
to meet the demands and problems of the human
species. The cities that make up this partially globalised world are the true scene of architecture. On
this point, Narcís Serra, Joan Clos and I are only
following the masters. The Renaissance masters,
the Modernist masters, and the Masters of today,
Oriol Bohigas, Richard Rogers and Renzo Piano, and
we are obeying our own experience in doing so.
In Barcelona, to construct houses in the crumbling
Old City in the early 1980s was useless if not
accompanied by health, safety and elementary
urbanistic measures.
Just look. We came into government in 1979
with the mistaken notion that the low housing
prices in the Old City were a blessing, and we
began to make urban plans that increased the
zoning for public structures to the maximum. This
was a mistake. We thought we had to behave in
such a way that the Old City dwellers would stay
there thanks to the maintenance of low prices and
the new offer of services. This was another mistake.
We didn’t realise that prices were low because
people were leaving.
The population in the Old City decreased by 30
or 40 per cent. Those familiar places, freighted with
meaning, were being deserted. The empty spaces
began to be occupied, in part, and only in part,
precisely by people lacking the means to maintain
a minimum of commercial and public vitality in
these neighbourhoods, people who tended to
create defensive and ghetto codes of behaviour.
The theory of the skier was the solution: not just
for urban planning, or public safety, but for both.
Urbanism plus public safety, rst one and – imme-

diately after – the other. Social services plus
cleaning services. Commercial policy plus housing.
Prevention before correction but, in every case,
prevention plus correction. No dogmatics, no magic
formula. Public investment plus private investment.
Public action plus charity. Total war on poverty. This
is what Narcís Serra had shown us, and what Joan
Clos carried out as councilman.
At rst, we lost. Only much later did we tie. And
nally we began to win. And even as we were
winning, the buried mines of old scandals or the
hypocrisy of bean counters scandalised by the
buying and selling of housing at different prices
began to blow up around us. Just as, much earlier,
charitable associations had been scandalised when
the lines for food or shelter began to grow as we
closed down the unhealthy pensions where elderly
persons – unseen by and unknown to these associations – were dying on the cheap.
Governing the city, to be sure, often requires a
certain glossing over or dissimulation of lacerating
problems, so as to resolve them without offending
public sensibility – how can we deny it? But in most
cases, it requires revealing to the public hidden realities. The governor sets the mirror of its miseries
before the city, miseries not unknown, but
forgotten, covered up, hidden.
A new house in a dangerous neighbourhood is
not a new house. That is the lesson we learned.
That new house quickly grows old, like the faces
of boys and girls who go to work too young.
The lesson to be learned is that both wealth and
poverty colonise territory. Wealth by means of high
prices (uptown) and minimum lot sizes (out of
town), and when necessary by means of private

�237
The Journal
of Architecture
Volume 4
Autumn 1999

security forces, as in Caracas; poverty by means of
an equally efcient weapon: the middle class fear
of unsafe streets and unbridled diversity.
The truth is that in tolerant and liberal Barcelona,
crime rates have dropped from 25 per cent to 15
per cent in ten years, that is, by almost half, while
in ten years of law-and-order London it rose one
and a half times. Tony Blair who made it one of
his central campaign issues knows it well. Notice
that the London School of Economics had shown
that the radical puritanism of Mrs Thatcher’s
government condemned the destitute to remain
entrenched in their destitution. This brings us to
an interesting methodological observation. When
a city has gone through years of non-doing and
passivity, ideas about its future mature and can be
transformed into a fruitful, forceful, and purposeful
attitude when the necessary political conditions to
take action come into play.
This, I believe, is the origin of the demanding
optimism of Bohigas, Acebillo, Solà-Morales,
Busquets, Llop, and de Lecea that began to overow in 1980 onto the streets and squares of
Barcelona. And this, I am convinced, is the moment
London, and its politicians, architects, and social
workers in general, is entering.
If there were such a thing as historical justice, it
would consist of a kind of Solomonic distribution
of grand projects throughout decades and territories, possibly with a slight preference for territories
distant from the centre of the system of cities, to
compensate for the fact that proximity to the
centre brings with it a density of contacts that
makes the external or instantaneous shock of
grand initiatives unnecessary. (I say slight prefer-

ence in order not to relinquish methodological
modesty with regard to public action which I
imagine bold and energetic yet not substituting for
the very same citizens you are supposed to serve.)
It is clear, however, that there is no such thing
as distributive justice in history and, nevertheless,
or for that very reason, we must lie in wait for the
passing of the train of fortune and, if necessary,
build fortune a shortcut. That is the purpose of
grand events. At times they are nothing more than
the announcement of a long-awaited era, excuses
that history seizes to make a sudden, splendid
appearance with a gift of dreams carried out.
Let us call architecture back to its date with
history. The best news for the victims of terror in
the Basque country, was the inauguration of the
Guggenheim Museum in Bilbao. The Gehry
Museum and Foster’s underground have broken the
spell cast over a Basque city (and the Basque
country) that had only been seen in the light of
tragedy and death, and which can begin once
again to be imagined as a site of life and construction, thus averting the obsession with fear that is
the goal of the politics of terror.
The Lisbon Expo, the Barcelona Olympics, the
high-speed train installed in Seville for the ‘92 Expo,
all mark another series of moments in which the
spark of the event seems to have put in motion
the motor of evolution.
No one can survive merely by conservation. If
there is no new construction, the city cannot stand;
not even the old will endure. Each city must nd
its own formula for combining existing symbols
with new ones. Without the latter, antiquity
becomes mere repetition. And I assure you that the

�238
The Royal
Gold Medal
1999

future of nations will be played out in the efcacy
of their systems of cities.
Our experience as mayors cannot be entirely
explained without at least one confession. It is the
emotion of seeing new symbols destined to last
rise up in the city through the art of architecture
and construction.
I am not referring so much to the function as to
the value of those constructed artifacts. Squares or
houses, trees planted in a certain place or a certain
order, new monuments, or restored or displaced
ones, more or less stable and resistant urban furnishings, schools, sidewalks and boulevards, communications towers, containing walls, dikes,
theatres: all of these are the theatre of life, messages
thrown more or less consciously like bottles into the
sea of history’s course, occasionally excessive references to our passage through the city, but in any
case visible, corporeal, criticisable – action become
object, which thousands of eyes will gaze on with
respect or will pass over, which thousands of hands
and feet will touch, trample, or alter, and which
make of the city one of the few lasting concepts of
our present and our future – one of the most universal concepts, for the experience we have of them
is universal and common.
And so, if there is any profession that holds the
key to their modication, it is architecture, which
makes architects and the profession of architecture,
one of the broadest dreams of youth, on a level
with those makers of the immaterial, but magical,
construction which is stage design. It was not by
chance that the 1997 Congress of the UIA in
Barcelona turned into a two-tiered ritual of masses
and vedettes, all from the same profession.

I must say here that I am very grateful to Norman
Foster and Kenneth Frampton for recognising at
once what was happening, and for agreeing to
convert the Plaza of the Angels, also known as the
Plaza of Nations, against the white backdrop of the
MACBA – the Museum of Contemporary Art of
Barcelona – into the scenario of the best architectural debate. Perhaps no architectural congress
from now on will be able to do without a debate
staged on the hard stone of the city, in which the
forum and the agora once again fulll their old
function.
The rst President of the reinstated Generalitat,
Josep Tarradellas, would often say half-ironically,
half-sincerely, with his peasant’s smile, so inscrutable and yet so seductive, that he would have liked
to be mayor. ‘Because you, Mr Mayor’, he would
say, ‘can see your works, and can touch them, and
the people come up to you on the street. But me,
do you know what I do? All I do is sign decrees!’
In this way he expressed the bitterness – not
lacking in majesty – of the representative of an
abstract power, such as a nation, which is incorporeal, which exists – and often with what
strength! – but only in people’s heads, and in the
false or unreal lines that separate one country from
another on a map. An immense strength that has
allowed for the greatest progress and caused the
greatest catastrophes, but an ideal strength, not a
tangible reality.
In Barcelona, after 40 years of dictatorship, we
reached a moment, and not a eeting or short one,
of an ongoing euphoria of constructive explosion.
Like a long-awaited spring, surprising in its intensity and beauty when it nally arrives, like those

�239
The Journal
of Architecture
Volume 4
Autumn 1999

gardenias that take so long to blossom, that never
quite ower, but surpass the imagination in the
number, fragrance, and purity of their petals when
they nally do.
This occurred in Barcelona and it continues to
occur. The feeling this produces is difcult to
describe. In the last 20 years in Barcelona, we have
come to equate ‘city’ with ‘betterment’. The eye
has become accustomed, not to certain forms, but
to certain rhythms in the evolution of forms.
Rhythms subjected to certain principles of quality
occasionally violated, as with the fall of Chillida’s
cement hook, or with the rubble of stone from
Montjuic in the Ensanche/Extension, or when the
‘small’ communications tower, that of the
Telephone Company in Montjuic, was placed two
hundred metres within an enclosure which it
should, in any case, only have intersected from
without, as a useful and respectful point of reference.
The other communications tower, Foster’s tower,
the result rst of a careful process of social and
professional acceptance, and then of the task of
selection, carried out by Juli Esteban and Joan
Busquets, is more in scale than it might appear
(Fig. 3). A philosopher friend of mine commented
that if you covered it over with your hand you
restored the scale of the mountain and the equilibrium of the skyline, which otherwise is reduced
to a miniature, shrunk by the overwhelming presence of the tower. And this is true: you can try it
yourselves the next time you go to Barcelona.
However, in addition to its elegance and originality, the tower supersedes the excessive functionalism of the usual cement tower. It is made to

Figure 3. The
Collserola
Telecommunications
Tower – Norman
Foster and Partners
(RIBA Press Ofce).

the scale of a different city, greater and more
distant than the one you can see from this side of
the mountain: it corresponds to the scale of the
metropolitan city, the city of three to four million
people that surrounds the mountain on both sides.
Now, when we are on our way home from the
mountains or the coast, the tower quickly orientates us, from afar. And, once we are home, it
reminds us that the real city we inhabit is not
exactly the same as the one we see.
I say this in spite of myself, because I am among
those who believe that a city you cannot see is
more difcult to govern. This is so true that I
proposed to move the plenary council of the City
Government to the last oor of the Novísimo
Building, once three of its twelve stories had been
eliminated and the skyline of the old city from the
sea had been restored. I always felt that the danger
of the towers, both the communications towers
and the skyscrapers of the Olympic Village would
be to initiate a contest of multiplication of those
artifacts, of which every generation should
construct only a few, a precious few, cum grano

�240
The Royal
Gold Medal
1999

salis. Manhattan and San Giminiano are not easily
reproduced phenomena.
Unique architectural phenomena, when they
occur in an environment characterised by mobility,
are less dramatic; to put it another way, they are
acts in a drama that doesn’t stop there, a drama
that is ongoing, whose irreversibility is not cause
for concern.
The city’s condence in itself is immense in these
cases. The credence in public action is almost innite.
The accumulation of many positive emotions, like
the gardens of Elias Torres in Villa Sicilia; or Beverly
Pepper’s park; the many new balconies over the
city, like the portentous podium of Gae Aulenti
over the western part of the city, or the Parc del
Migdia a bit higher up, or even the lateral edges
of Acebillo’s beltway on the Ronda de Dalt, with
unimagined views of the Barcelona plain and the
mountain slopes that begin their ascent there; or
the campaign to make sense of areas of the city
that had no textual language, like General
Moragues Square, next to the Calatrava bridge
where people exploded with joy when Ellsworth
Kelly the sculptor climbed up to greet them, leading
him to exclaim: ‘This is the rst time a sculptor has
received a musician’s ovation!’
All these things have turned the city into a kaleidoscopic reality in less time than it usually takes to
perform simple changes.
It has been and is an intoxicating time, in which
the gods, the state, and the architects have
bestowed on the city what we had sought tirelessly for decades, decades of silence, of frustration, of beginnings and quests that, still and all,
served to crystallise the most precious jewel of

social engineering: a consensus on projects, on
grand projects.
I only want you to know that this city, seen by
so many as a model, this city of which Andrea
Rinaldi has said with evident excess: ‘a Barcellona
il processo si inverte e le transformazioni si originano prima al livello dello spazio pubblico e poi
della forma architettonica’ (‘in Barcelona the
process is inverted and the transformations originate at the level of public space and then go on
to architectural form’) . . . in this city nothing is
guaranteed. And this is what makes it the same
as any other, and a sister city to all.
I would add sister, little sister, of London above
all. London has acted as a brilliant mirror in which
Barcelona has encountered the way of telling its
tale to the world.
I foresee a hard road for a world that will not
be better if its cities do not improve, and I believe
it is possible for them to improve. And I take a
stand with Jaime Lerner, ex-mayor of Curitiba,
Brazil, in asking universities and nations to stop
telling a tale of urban tragedy and begin to write
a new ending, which will be a positive one, mark
my words.

Ten points on an Urbanistic Methodology
Oriol Bohigas
1.

The city as a political phenomenon

The city is a political phenomenon, and as such it
is loaded with ideology and with political praxis. It
is the continuity of a common ideology and
programmes by the three Socialist mayors – Serra,

�241
The Journal
of Architecture
Volume 4
Autumn 1999

Maragall and Clos – and their collaborators
that have made the coherent transformation of
Barcelona possible.

2.

The city as domain of the commonalty

These political and urban ideas are based on a radical statement: the city is the indispensable physical
domain for the modern development of a coherent
commonalty. It is not the place of the individual, but
the place of the individuals who together make up a
community. Very different from what a famous
British politician said, that there was no such thing as
‘community’, only individuals and the State. It is the
relation between individuals that constantly weaves
the threads of ideas and expanding information. The
city offers the fullest guarantees for this information,
for access to the product of that information and for
the putting into effect of any socio-political programme based on that information. There can be no
civilisation without these three factors.
The new voices of technology have recently
tended to say that the traditional city is going to
nd itself replaced by a series of telematic networks
which will constitute a city without a site. This is
an anthropological and ecological nonsense. It is a
vision put forward by certain political ideas which
are opposed to giving priority to the collective
and in favour of the privatisation of the public
domain.

3.

Tensions and chance as instruments of
information

When I said that the city provides us with certain
irreplaceable instruments of information I mean the
enriching presence of tensions and of chance. It is

only with the potentially conictive superimposition
of singularities and differences and the unforeseen
gifts of chance that progress can be made in the
process of civilisation, with the move from the
structure of the tribe to the civilising cohesion of
the city.
The city is a centre of enriching conicts which
are only resolved in their afrmation as such or in
the coexistence of other conicts with different
origins. It does seem to me that the great error
made by the urbanism of the Athens Charter was
the attempt to cancel out these conicts. To eliminate them instead of resolving them with the
recognition of other conicts. Urban expressways,
the 7V of Le Corbusier, functional zoning, directional centres, the great shopping areas: these have
not served to resolve problems, but have instead
destroyed the character and the function of many
European cities.

4.

The public space is the city

If we start out from the idea that the city is the
physical domain for the modern development of
the commonalty, we have to accept that in physical terms the city is the conjunction of its public
spaces. The public space is the city: here we have
one of the basic principles of the urban theory of
Barcelona’s three Socialist mayors.
In order for the urban space to full its allotted
role it has to resolve two questions: identity and
legibility.

5.

Identity

The identity of a public space is tied up with the
physical and social identity of its wider setting.

�242
The Royal
Gold Medal
1999

However, this identication is bound by limits of
scale that are normally smaller than those of the
city as a whole. This being so, if authentic collective identities are to be maintained and created it
is necessary to understand the city not as a global,
unitary system but as a number of relativel y
autonomous small systems. In the case of the
reconstruction of the existing city, these
autonomous systems may coincide with the traditional neighbourhood make-up. I believe that this
understanding of the city as the sum of its neighbourhoods or identiable fragments has also been
one of the basic criteria in the reconstruction of
Barcelona, with all its political signicance and with
the creation of the corresponding decentralised
administrative instruments.
However, we are dealing here not simply with
the identity of the neighbourhood, but with the
particular representative identity of each fragment
of the urban space; in other words, with the coherence of its form, its function, its image. The space
of collective life must be not a residual space but
a planned and meaningful space, designed in
detail, to which the various public and private
constructions must be subordinated. If this hierarchy is not established the city ceases to exist, as
can be seen in so many suburbs and peripheral
zones of European cities which have turned away
from their urban values to become parodies of
certain American or Asian cities.

6.

Legibility

The designed form of the public space – that is,
of the city – has to meet one other indispensable
condition: to be easily readable, to be compre-

hensible. If this is not so, if the citizens do not have
the sense of being carried along by spaces which
communicate their identity and enable them to
predict itineraries and convergences, the city loses
a considerable part of its capacity in terms of
information and accessibilit y. In other words, it
ceases to be a stimulus to collective life.
In order to establish a comprehensible language
it is necessary to reuse the semantics and the syntax that the citizen has already assimilated by means
of the accumulation and superimposition of the
terms of a traditional grammar. It is not a matter of
simply reproducing the historical morphologies but
of reinterpreting what is legible and anthropologically embodied in the street, the square, the garden, the monument, the city block, etc. No doubt
with these ideas I will be accused by many supposedly innovative urbanists of being conservative,
reactionary, antiquated. But I want to insist on the
fact that the city has a language of its own which
it is very difcult to escape. It is not a matter of
reproducing Haussmann’s boulevards, or the street
grids of the nineteenth century, or baroque squares
or the gardens of Le Nôtre. It is a matter of
analysing, for example, what constitutes the centripetal values of these squares, what is the plurifunctional power of a street lined with shops, what
are the dimensions that have permitted the establishment of the most frequent typologies. And it is
a matter of being aware of how the abandoning of
these canons results in the death of the city: the
residual spaces of the periphery and the suburb, the
vast shopping centres on the outskirts of the city,
the urban expressways, the university campus at a
considerable distance from the urban core, etc.

�243
The Journal
of Architecture
Volume 4
Autumn 1999

7.

Architectural projects versus General Plans

All of the above considerations bring us to another
very important conclusion which Barcelona has
managed to apply: the urbanistic instruments for
the reconstruction and the extension of a city
cannot be limited to normative and quantitative
General Plans. It is necessary to go further in terms
of what is required of the design. It is necessary
to give concrete denition to the urban forms. In
other words, instead of utilising the General Plans
as the sufcient document, a series of one-off
Urban Projects have to be imposed. It is a matter
of replacing Urbanism with Architecture. It is necessary to design the public space – that is, the city
– point by point, area by area, in architectural
terms. The General Plan may serve very well as a
scheme of intentions but it will not be effective
until it is the sum of these projects, plus the study
of the large-scale general systems of the wider
territory, plus the political denition of objectives
and methods. During these last thirty years General
Plans have justied all over Europe the dissolution
of the city, its lack of physical and social continuity,
its fragmentation into ghettos, and have paved the
way for criminal speculation in non-development
land. And they have, in addition, counterfeited a
spirit of popular participation, whose criteria
cannot logically be extended beyond the local
neighbourhood dimension and beyond a comprehensible time span.

8.

The continuity of the centralities

The controlling of the city on the basis of a series
of urban projects rather than unformalised General
Plans makes it possible to give a continuity to the

urban character, the continuity of relative centralities. This is one way of overcoming the acute social
differences between historic centre and periphery.
I am aware that in these last few years many
voices have spoken out in defence of the diffuse,
informalised city of the peripheries as the desirable
and foreseeable future of the modern city. The ville
eclatée, the terrain vague. This position seems to
me to be extremely mistaken.
The peripheries have not been built to satisfy the
wishes of the users. They have appeared for two
reasons, which correspond to the interests of the
capital invested in public or private development
and to conservative policy: to exploit through speculation the value of plots that were outside of the
area scheduled for development, and to segregate
from the main body of the community those social
groups and activities regarded as problematic by
the dominant classes. The urbanists who uphold
the model of the periphery seem not to realise that
all they are doing is putting themselves on the side
of the market speculators, without adding any kind
of ethical consideration. As certain neo-liberal
politicians say, the market takes over from policy,
without considering the economic and social
damage suffered by the periphery and even by the
suburb. In other words, without culture, without
politics.

9.

Architectural quality: between service and
revolutionary prophecy

No urbanistic proposal will make any kind of sense
if it does not rest on architectural quality. This is a
difcult issue. If the city and architecture are to be
at the service of society, they need to be accepted

�244
The Royal
Gold Medal
1999

and understood by society. But if architecture is an
art, a cultural effort, it must be an act of innovation towards the future, in opposition to established customs. Good architecture cannot avoid
being a prophecy, in conict with actuality. On the
one hand actual service in the here and now and
on the other hand anti-establishment prophecy:
this is the difcult dilemma which good architecture has to resolve.

10.

Architecture as a project for the city

I do not want to conclude without referring to
another architectural problem. It is evident that
these days there is a great split in the diversity of
architectural output. On the one hand there is the
tightly rationed production of the great architects
which is published in the magazines and shown in
the exhibitions. On the other hand there is the
superabundance of real architecture, that which is
constructed in our horrible suburbs, along our
holiday coasts, on the edges of our motorways, in
our shopping centres. A very bad architecture, the
worst in history, which destroys cities and landscapes.
There are many reasons which serve to explain
this phenomenon, but the most evident ones are
the typological peculiarity of the great projects and
the commercialisation of vulgar architecture. The
great Ivory Tower projects are no longer capable of
putting forward methodological and stylistic
models, and as a result the majority of vulgar architecture cannot even resort to the mannered copy.
Clearly we are not in any condition today to call
for the creation of academic models, as has

occurred in the history of all styles. Perhaps the
only possibility open to us is that of establishing a
rule that is more methodological than stylistic: that
architecture should be primordially a consequence
of the form of the city and of the landscape and
should participate in the new conguration of
these. This would be a good instrument for a new
order, in opposition to the self-satised lucubrations of good architecture and the lack of culture
of vulgar architecture.
I began by saying that the city must be an architectural project and I have ended by saying that
the solution to the present problems of architecture may be to design it as part of the city.

Conclusion
My intention was to give a simple informal speech
of thanks for the medal. But I see that it has come
out too academic and, as a result, boring and
pedantic. And perhaps futile, too: I am afraid I have
spoken of principles that are too simple and too
familiar for such an important audience from the
Olympus of the British architectural profession.
Please forgive me. I could not resist the temptation of underlining these ten successive and interlinked programmatic points, as a consequence of
the initial fact of Barcelona’s political approach to
urbanism. If our mayors had been Thatcherites, the
city today would be very different. These points
and their methodological coherence would not
have been possible without the political lines
marked out by our three Socialist mayors, Serra,
Maragall and Clos. The credit is theirs, and it is
they who deserve our thanks.

�</text>
                  </elementText>
                </elementTextContainer>
              </element>
            </elementContainer>
          </elementSet>
        </elementSetContainer>
      </file>
    </fileContainer>
    <collection collectionId="23">
      <elementSetContainer>
        <elementSet elementSetId="1">
          <name>Dublin Core</name>
          <description>The Dublin Core metadata element set is common to all Omeka records, including items, files, and collections. For more information see, http://dublincore.org/documents/dces/.</description>
          <elementContainer>
            <element elementId="50">
              <name>Title</name>
              <description>A name given to the resource</description>
              <elementTextContainer>
                <elementText elementTextId="26518">
                  <text>04.02. Activitat política</text>
                </elementText>
              </elementTextContainer>
            </element>
            <element elementId="41">
              <name>Description</name>
              <description>An account of the resource</description>
              <elementTextContainer>
                <elementText elementTextId="35654">
                  <text>Recull la documentació generada en relació a Pasqual Maragall en la seva activitat als partits i associacions d'àmbit polític: Front Obrer de Catalunya (FOC), Convergència Socialista de Catalunya (CSC), Partit dels Socialistes de Catalunya (PSC), Partido Socialista Obrero Español (PSOE), Ciutadans pel Canvi (CpC). </text>
                </elementText>
              </elementTextContainer>
            </element>
            <element elementId="51">
              <name>Type</name>
              <description>The nature or genre of the resource</description>
              <elementTextContainer>
                <elementText elementTextId="35655">
                  <text>Sèrie</text>
                </elementText>
              </elementTextContainer>
            </element>
          </elementContainer>
        </elementSet>
      </elementSetContainer>
    </collection>
    <itemType itemTypeId="22">
      <name>No tenen tipus</name>
      <description>Tipo temporal para mapear las fichas sin tipo a la base resource template de Omeka S</description>
    </itemType>
    <elementSetContainer>
      <elementSet elementSetId="1">
        <name>Dublin Core</name>
        <description>The Dublin Core metadata element set is common to all Omeka records, including items, files, and collections. For more information see, http://dublincore.org/documents/dces/.</description>
        <elementContainer>
          <element elementId="50">
            <name>Title</name>
            <description>A name given to the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27779">
                <text>Architecture and City in an Open World</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="51">
            <name>Type</name>
            <description>The nature or genre of the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27781">
                <text>Article</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="39">
            <name>Creator</name>
            <description>An entity primarily responsible for making the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27782">
                <text>Maragall, Pasqual, 1941-</text>
              </elementText>
              <elementText elementTextId="27808">
                <text>Bohigas, Oriol, 1925-</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="42">
            <name>Format</name>
            <description>The file format, physical medium, or dimensions of the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27783">
                <text>Textual</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="48">
            <name>Source</name>
            <description>A related resource from which the described resource is derived</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27784">
                <text>The Journal of Architecture</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="44">
            <name>Language</name>
            <description>A language of the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27786">
                <text>Anglès</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="49">
            <name>Subject</name>
            <description>The topic of the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27787">
                <text>Barcelona</text>
              </elementText>
              <elementText elementTextId="27788">
                <text> Arquitectura</text>
              </elementText>
              <elementText elementTextId="27792">
                <text>Urbanisme</text>
              </elementText>
              <elementText elementTextId="27793">
                <text>Premis i reconeixements</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="53">
            <name>Abstract</name>
            <description>A summary of the resource.</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27789">
                <text>Transcripció del discurs pronunciat a l'acte de concessió de The Royal Gold Medal de 1999 a la ciutat de Barcelona, atorgada per la The Royal Institute of British Architects, publicada amb la ‘Jury Citation’ i les ‘Notes accompanying the Jury’s Citation’, seguides dels discursos pronunciats a la presentació: ‘Award of the Royal Gold Medal to Barcelona’ de Robert Maxwell  ‘Architecture and City in an Open World’ by Pasqual Maragall i Mira i ‘Ten points on an Urbanistic Methodology’ d'Oriol Bohigas.</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="41">
            <name>Description</name>
            <description>An account of the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27791">
                <text>v4, n3 (autumn), p. 229-244</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="40">
            <name>Date</name>
            <description>A point or period of time associated with an event in the lifecycle of the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="41347">
                <text>1999-11-15</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
        </elementContainer>
      </elementSet>
      <elementSet elementSetId="4">
        <name>EAD Archive</name>
        <description>The Encoded Archival Description is a common standard used to describe collections of small pieces and to create hierarchical and structured finding aids.</description>
        <elementContainer>
          <element elementId="98">
            <name>Level</name>
            <description>The hierarchical level of the materials being described by the element (may be other level too).</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27780">
                <text>Document</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
        </elementContainer>
      </elementSet>
    </elementSetContainer>
    <tagContainer>
      <tag tagId="2">
        <name>Articles</name>
      </tag>
    </tagContainer>
  </item>
  <item itemId="1737" public="1" featured="0">
    <fileContainer>
      <file fileId="1341">
        <src>http://78.47.125.110/files/original/23/1737/0000001566.pdf</src>
        <authentication>a22b4e0b4c714cfe22d52f3182e7aa88</authentication>
        <elementSetContainer>
          <elementSet elementSetId="5">
            <name>PDF Text</name>
            <description/>
            <elementContainer>
              <element elementId="118">
                <name>Text</name>
                <description/>
                <elementTextContainer>
                  <elementText elementTextId="42939">
                    <text>(COLOR) - Pub: PERIODICO ND Doc: 01695M Red: 60% Ed: Primera EDICION Cb: 00 Enviado por:
Dia: 16/09/2001 - Hora: 03:05

16 Tema del Domingo

N Terror global 3 Reacciones en España

DOMINGO
16 DE SEPTIEMBRE DEL 2001

el Periódico

ANÁLISIS

Los líderes catalanes opinan de la crisis
Cinco días después del triple atentado del martes en EEUU, llega el
momento de analizar y debatir las
consecuencias que tendrán para
nuestra sociedad el ataque. Los
principales políticos catalanes pasan revista a asuntos como las medidas de seguridad en las ciudades
o las relaciones de Occidente con el
mundo islámico.
JORDI

PUJOL

«Catalunya
condena los
atentados»
JOAN

CLOS*

Rehacer la
confianza,
abrir el diálogo
Difícilmente se borrarán de
nuestra memoria las imágenes
que recogen estas páginas: las
ruinas, la desolación y el horror
de la barbarie. Pero más allá de
la conmoción y la solidaridad, es
hora de apagar las cenizas y mirar hacia el futuro.
Las ciudades, y Nueva York es
un paradigma urbano sin rival,
tienen capacidad de regeneración, que es capacidad de ganar
el futuro. Y deberíamos tener la
suficiente serenidad, en conjunto, para construir este futuro sin
renunciar a la razón –sin añadir
violencia– y sin blindarnos ante
la nueva amenaza del terrorismo global, que, ciertamente, requiere medidas de seguridad,
pero que no interfieran en nuestra vida diaria de ciudadanos libres en sociedades libres.
Hay dos cosas más que podemos hacer. Una, sencilla y a la
vez profunda, es reconstruir la
confianza en la calle como espacio de convivencia entre ciudadanos diversos. Las próximas
fiestas de la Mercè nos dan la
oportunidad y por esta razón os
invito a salir de casa y a encontrarnos para celebrarlas.
La otra es la de plantearnos el
mundo que se está haciendo y el
que queremos, este mundo que
cambia sin que se atempere la
violencia y la injusticia. Intercambiar ideas, hacernos preguntas, escucharnos, pensar y repensar: esto es el Fòrum 2004 que ya
estamos haciendo.
No se trata de cosas banales.
La calle (el espacio común) y el
diálogo (la convivencia) son dos
elementos que definen la ciudad. Son Barcelona, son Nueva
York. Son la base de la paz y del
entendimiento mundial.
*Alcalde de Barcelona.

Declaración institucional, difundida el pasado 11 de septiembre, del
presidente de la Generalitat, Jordi
Pujol, tras el triple atentado.
«Hoy se han producido en Estados
Unidos hechos de una extraordinaria gravedad. Hechos que por
su magnitud, por la importancia
y significación de los objetivos atacados, por su dimensión política y
por el drama humano que comportan, tendrán, sin duda, muy serias repercusiones en todo el
mundo.
Confío en que estas repercusiones –tanto políticas, económicas
como de seguridad– podrán ser
controladas de una manera positiva. Que no afectarán, por tanto, la
necesaria estabilidad ni el progreso general ni, tampoco, una acción profunda y solidaria de reequilibrio mundial. La humanidad
dispone de elementos y de recursos para así sea.
Sé que interpreto el sentimiento del pueblo de Catalunya condenando una vez más, y con toda rotundidad, el terrorismo de todo tipo. Y que interpreto, igualmente,
este sentimiento expresando mi
más sentido pésame al pueblo de
Estados Unidos y especialmente a
las familias de las personas que
han muerto».

atacado a un pueblo, el pueblo
norteamericano, y a toda una civilización, a un modo de vida, a miles de civiles indefensos... Jamás
una ciudad –ni Gernika, ni Dresde, ni Hiroshima, ni Nagasaki–
son culpables de nada. Atacar a
una ciudad es matar a la memoria
colectiva.
Hemos entrado en una nueva
situación mundial, con peligros
evidentes, que requieren respuestas contundentes y enérgicas, pero también prudentes y reflexivas.
Todos los demócratas nos debemos unir en un combate mundial, global, contra el terrorismo.
Y se debe constituir un auténtico
Tribunal Internacional que actúe
con toda autoridad y legitimidad
contra los terroristas.
Pero, al mismo tiempo que se
hace necesaria una acción implacable contra el terrorismo, es necesario, también, que se lleve a cabo una acción implacable contra
todos aquellos caldos de cultivo
que crean los diferentes fanatismos.
Los grandes acuerdos globales
también han de ir encaminados a
acabar o a reducir los conflictos
en el mundo. Y tender a una mundialización con alma, controlada
por la especie humana y no dirigida contra ella.
En todos estos puntos, Europa
puede jugar un papel clave, fundamental, los intereses de Europa
no son en absoluto contrarios a
los intereses mundiales.
*Presidente del PSC.

JOSEP

PIQUÉ

«No es una lucha
entre civilizaciones»
El ministro de Exteriores, Josep Piqué, se expresó así ante el Congreso, el pasado jueves:

PASQUAL

MARAGALL*

Mundialización
con alma
Los ataques contra ciudades norteamericanas han escrito una
página negra sin precedentes en
la historia contemporánea. Han

«Hay que reafirmar la condena de
la naturaleza execrable de estos
actos frente a los que nuestras expresiones de condolencia y solidaridad, como víctimas también del
terrorismo, nunca serán excesivas.
El ataque ha puesto de manifiesto la vulnerabilidad de nuestras sociedades ante una nueva
amenaza que tiene que ser respondida por todos, pero no debemos pensar en términos de enfrentamiento entre civilizaciones,
sino de lucha de la humanidad
contra los que atentan contra ella.

Es preciso evitar, por ello, trasladar las consecuencias del atentado a otros conflictos concretos, como el árabe-israelí. Debemos mantener la confianza en nuestros valores: la democracia, los derechos
humanos y la libertad. En cuanto
a la respuesta a los atentados, hay
que subrayar que la decisión del
Consejo Atlántico de la OTAN requerirá una nueva concertación
de los 19 países miembros y que
en España, en virtud de los tratados firmados, no hará falta una
declaración formal al no tratarse
de una declaración de guerra sino
de un acto de legítima defensa».

JOSEP ANTONI

DURAN LLEIDA*

Confianza en
el futuro
Estos días, la humanidad espera la
reacción a los brutales atentados
contra los signos físicos más visibles del poder económico, militar
y político. Alguna reacción tendrá
que producirse, pero todos deseamos que se acierte a encontrar la
que, sin restarle ejemplaridad y
eficacia, permita encarar una nueva era en que se superen los errores de las décadas precedentes.
El 11 de septiembre del 2001 es
el punto de partida de una nueva
era. Los ataques no son sólo contra Estados Unidos. Estos hechos
han querido poner de relieve, a
los ojos de todo el mundo, que no
hace falta ser una gran potencia
política, ni tener el PIB más grande del mundo ni el más sofisticado de los escudos antimisiles para
hacer temblar la seguridad en
cualquier parte del planeta. Por
esta razón, la respuesta no es sólo
un asunto de Norteamérica. Contra más países se impliquen, mejor, y contra más naciones árabes,
también mejor. Lo peor que podría pasar es que consideráramos
el Bien como patrimonio del
mundo occidental y el Mal como
una metástasis engendrada por el
mundo islámico.
La desaparición de la guerra
fría aportó un valor añadido cara
a la paz. Ahora se deberá castigar
a los culpables de este drama
–pensar que esto no será así es
una ingenuidad–, pero este castigo no puede ser la divisa que estigmatice la construcción de la nueva era mundial. Dolor y rabia sí...,
pero serenidad y, sobre todo, confianza en el futuro.
*Presidente del comité de Govern de UDC.

ARTUR

MAS*

Unidos para no
caer en la
deseperación
El atentado terrorista de esta semana nos ha impactado a todos
de una manera muy profunda.
Siempre se debe condenar cualquier acto terrorista, pero se debe
condenar especialmente aquellos
que, como éste, se calculan con
exactitud y tienen consecuencias
tan devastadoras. Además, este
atentado no es sólo un ataque
contra EEUU, sino también contra
toda la humanidad.
A todos los que amamos la libertad y entendemos la democracia como el sistema que mejor garantiza los derechos individuales
y colectivos, nos toca estar unidos
contra el terrorismo. A pesar de la
brutalidad de esta acción no podemos caer en la desesperación.
Debemos reaccionar con serenidad y sensatez, como siempre ha
hecho Catalunya en los momentos difíciles. El pueblo norteamericano está dando un ejemplo de
patriotismo y generosidad que invita a la esperanza. Los que tanto
daño nos han hecho deben ser
castigados. A todos nos interesa
que este tipo de acciones no queden impunes. A todos nos interesa
defender la vida y la libertad. Y hacerlo de manera que no alimente
ni el odio ni la violencia entre los
pueblos del mundo.
*Conseller en cap de la Generalitat.

JOSEP LLUÍS

CAROD-ROVIRA*

La hora
de Europa
La atrocidad cometida contra el
pueblo nortamericano, con una
plasticidad cinematográfica y un
atrezo de horror, es el exponente

�</text>
                  </elementText>
                </elementTextContainer>
              </element>
            </elementContainer>
          </elementSet>
        </elementSetContainer>
      </file>
    </fileContainer>
    <collection collectionId="23">
      <elementSetContainer>
        <elementSet elementSetId="1">
          <name>Dublin Core</name>
          <description>The Dublin Core metadata element set is common to all Omeka records, including items, files, and collections. For more information see, http://dublincore.org/documents/dces/.</description>
          <elementContainer>
            <element elementId="50">
              <name>Title</name>
              <description>A name given to the resource</description>
              <elementTextContainer>
                <elementText elementTextId="26518">
                  <text>04.02. Activitat política</text>
                </elementText>
              </elementTextContainer>
            </element>
            <element elementId="41">
              <name>Description</name>
              <description>An account of the resource</description>
              <elementTextContainer>
                <elementText elementTextId="35654">
                  <text>Recull la documentació generada en relació a Pasqual Maragall en la seva activitat als partits i associacions d'àmbit polític: Front Obrer de Catalunya (FOC), Convergència Socialista de Catalunya (CSC), Partit dels Socialistes de Catalunya (PSC), Partido Socialista Obrero Español (PSOE), Ciutadans pel Canvi (CpC). </text>
                </elementText>
              </elementTextContainer>
            </element>
            <element elementId="51">
              <name>Type</name>
              <description>The nature or genre of the resource</description>
              <elementTextContainer>
                <elementText elementTextId="35655">
                  <text>Sèrie</text>
                </elementText>
              </elementTextContainer>
            </element>
          </elementContainer>
        </elementSet>
      </elementSetContainer>
    </collection>
    <itemType itemTypeId="22">
      <name>No tenen tipus</name>
      <description>Tipo temporal para mapear las fichas sin tipo a la base resource template de Omeka S</description>
    </itemType>
    <elementSetContainer>
      <elementSet elementSetId="1">
        <name>Dublin Core</name>
        <description>The Dublin Core metadata element set is common to all Omeka records, including items, files, and collections. For more information see, http://dublincore.org/documents/dces/.</description>
        <elementContainer>
          <element elementId="50">
            <name>Title</name>
            <description>A name given to the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27769">
                <text>Mundialización con alma</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="51">
            <name>Type</name>
            <description>The nature or genre of the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27771">
                <text>Article</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="39">
            <name>Creator</name>
            <description>An entity primarily responsible for making the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27772">
                <text>Maragall, Pasqual, 1941-</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="42">
            <name>Format</name>
            <description>The file format, physical medium, or dimensions of the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27773">
                <text>Textual</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="48">
            <name>Source</name>
            <description>A related resource from which the described resource is derived</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27774">
                <text>El Periódico de Catalunya</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="44">
            <name>Language</name>
            <description>A language of the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27776">
                <text>Castellà</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="49">
            <name>Subject</name>
            <description>The topic of the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27777">
                <text>Globalització</text>
              </elementText>
              <elementText elementTextId="27795">
                <text>Terrorisme</text>
              </elementText>
              <elementText elementTextId="27796">
                <text>Islamisme</text>
              </elementText>
              <elementText elementTextId="27797">
                <text>Estats Units</text>
              </elementText>
              <elementText elementTextId="27798">
                <text>Model social</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="53">
            <name>Abstract</name>
            <description>A summary of the resource.</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27778">
                <text>Terror global. Els líders catalans opinen sobre la crisi.</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="40">
            <name>Date</name>
            <description>A point or period of time associated with an event in the lifecycle of the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="41346">
                <text>2001-09-16</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
        </elementContainer>
      </elementSet>
      <elementSet elementSetId="4">
        <name>EAD Archive</name>
        <description>The Encoded Archival Description is a common standard used to describe collections of small pieces and to create hierarchical and structured finding aids.</description>
        <elementContainer>
          <element elementId="98">
            <name>Level</name>
            <description>The hierarchical level of the materials being described by the element (may be other level too).</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27770">
                <text>Document</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
        </elementContainer>
      </elementSet>
    </elementSetContainer>
    <tagContainer>
      <tag tagId="2">
        <name>Articles</name>
      </tag>
    </tagContainer>
  </item>
  <item itemId="1736" public="1" featured="0">
    <fileContainer>
      <file fileId="1340">
        <src>http://78.47.125.110/files/original/23/1736/0000001567.pdf</src>
        <authentication>9a7db34bdaafacd7f41fcc195fa7949b</authentication>
        <elementSetContainer>
          <elementSet elementSetId="5">
            <name>PDF Text</name>
            <description/>
            <elementContainer>
              <element elementId="118">
                <name>Text</name>
                <description/>
                <elementTextContainer>
                  <elementText elementTextId="42938">
                    <text>(COLOR) - Pub: PERIODICO ND Doc: 01895M Red: 60% Ed: Primera EDICION Cb: 00 Enviado por:
Dia: 15/03/2002 - Hora: 02:59

VIERNES
15 DE MARZO DEL 2002

18 Tema del día

BARCELONA
14,15 y 16
de marzo

La Cumbre de BCN 3 Dos visiones representativas de Catalunya

el Periódico

Páginas 2 a 27 888

HACER OÍR LA VOZ
DE LAS REGIONES

EL LATIDO DESIGUAL
DEL PLANETA

Exigimos participar de manera activa y
directa en el proceso de toma de decisiones

Hay que lograr que la Unión sea en el 2010
la zona más competitiva y cohesionada

JORDI PUJOL

PRESIDENTE DE LA
GENERALITAT

ANÁLISIS
«Cincuenta años después de su nacimiento,
la Unión se encuentra en una encrucijada, en
un punto de inflexión de su existencia». La
Declaración de Laeken, aprobada por los
Quince el 15 de diciembre de 2001, se refería
con estas palabras al contexto actual, marcado por un conjunto de retos a los que debe
hacer frente la Unión Europea (UE).
En primer lugar, el gran reto de la globalización. Además, la Unión se prepara para
una ampliación sin precedentes, que supondría la adhesión de 10 nuevos estados miembros, que a largo plazo pueden ser entre 12 y
17. La reforma de Niza no ha dado respuesta
a todos los interrogantes políticos, económicos y de seguridad que se abren de cara al futuro. Esta Unión que se vislumbra en el horizonte, con 25 a 30 estados miembros, una sola moneda, y en un mundo más complejo,
obliga a replantear su arquitectura.
En las últimas décadas se ha evidenciado
una creciente tendencia a la regionalización
en los diferentes estados miembros, un

La presencia de las comunidades
viene dada por la necesidad de velar
por la legitimidad democrática
fenómeno que da mayor relevancia al nivel
regional, como parte esencial en el proceso
de toma de decisiones en el ámbito de la UE.
Estamos ante un proceso que se va extendiendo, y que demuestra que regionalización e integración constituyen las dos caras de un
mismo fenómeno: la crisis del Estado como
un único nivel de poder político. Otro
fenómeno a tener en cuenta es cierta disminución del apoyo político al proceso de integración europea en algunos estados miembros, y una falta de entusiasmo en la mayoría
de estados candidatos a la adhesión. Ello hace que resulte vital desarrollar una nueva
perspectiva para ganar el apoyo de los ciudadanos y dar un nuevo impulso a la UE.
El pasado día 28 de febrero tuvo lugar en
Bruselas la sesión de apertura de la Convención sobre el futuro de Europa. El expresidente francés y presidente de la Convención,
Valéry Giscard d’Estaing, alertaba del riesgo
de «desmembramiento» de la Unión si este foro fracasa en su misión. Es éste un planteamiento excesivamente contundente, pero lo
cierto es que el reto es enorme, y necesita de
la implicación de todos los actores relevantes.
Por supuesto, también de las regiones.
Se trata, pues, de una ocasión especialmente propicia para hacer oír la voz de las regiones y, muy especialmente, la voz de las regiones con poder legislativo y con un sentimiento nacional, como Catalunya. Como demuestra nuestra experiencia, la dinamización del nivel regional de los países candidatos a la adhesión facilitará su proceso de convergencia económica y social con los estados
miembros. Las regiones con competencias
más concretas podemos crear las condiciones

PASQUAL MARAGALL
favorables para optimizar la competitividad
PRESIDENTE
de los operadores económicos que trabajan
DEL PSC
en nuestro territorio.
La región es un espacio de interacción
privilegiado a nivel económico, pero también a nivel social, político y cultural. La
esencia del regionalismo es la idea del goANÁLISIS
bierno cercano y abierto a la influencia de
la sociedad civil. En este sentido, una contribución muy decisiva que el regionalismo
Las expectativas generadas por la cumbre de
puede hacer al proceso de ampliación en
la Unión Europea en Barcelona indican claracurso se sitúa en otro terreno: la aportación
mente la trascendencia del momento que
de conocimiento y experiencia en materia
Europa está viviendo desde el punto de vista
de vertebración social y ciudadana o, si se
político e institucional. El Consejo Europeo
prefiere, de cultura política cívica. Las regiode Barcelona, lejos de situarse en la estratosnes podemos aportar soluciones constructifera política, tiene una agenda a tratar de
vas a los otros problemas de naturaleza no
una importancia considerable, en el camino
directamente económica con los que topa
iniciado por la cumbre de Lisboa, con el objetambién la ampliación de la UE, y contritivo de lograr que la economía europea sea la
buir así a fortalecer la democracia.
más eficiente y competitiva, y que la sociedad
Los procesos de regionalización en curso,
sea la más cohesionada y la más sostenible a
que se hallan en una fase muy avanzada en
nivel mundial en el año 2010. Este paquete
países como Hungría o Polonia, responden
de temas es de la máxima actualidad en Esen gran parte a una voluntad de adaptación
paña, y concretamente en Catalunya.
a las estructuras de la UE de cara a la adheLa Europa eficiente y competitiva. Consión. Cabe esperar que este proceso sirva
templa, entre otros ejemplos de lo que detambién como un instrumento para acersearíamos que significara para Catalunya,
car el gobierno a los ciudadanos, reconocer
que la implantación de redes de servicio elécidentidades diferenciadas, mejorar la gestrico y de telecomunicaciones permita el fin
tión y crear esta cultura política cívica.
de los monopolios privados. Más rotundaEl camino hacia una Europa de las regiomente: los catalanes queremos que desapanes no hay que entenderlo como una Eurorezca el monopolio privado de Endesa. Tampa sin estados, sino como expresión de una
bién que exista más facilidad para establecer
voluntad de participación de los distintos
empresas y apoyo a autónomos y profesionaniveles de poder político en un proyecto
les. Que la homologación y movilidad entre
complejo. Las regiones debemos tener la
las universidades europeas, de efectos potenoportunidad de aportar nuestra experiencialmente dinamizadores para un sistema
cia en el marco de una Unión Europea donuniversitario como el nuestro, con poco más
de todos los niveles conciban la política
del 5% de estudiantes exteriores en la comueuropea de forma conjunta.
nidad autónoma, sea un hecho. Que la extenSobre la base de nuestras características y
sión de los beneficios de la era digital se traestructuras específicas, las regiones con poduzca en más proximidad en la relación ender legislativo exigimos, además, tener un
tre administradores y administrados. Y que
lugar en el marco de la
se aplique la desgravaarquitectura institución de la actividad
cional, y participar de
económica y comercial,
manera activa y direcsin perjuicio para el nita en el proceso de tovel local de gobierno.
ma de decisiones a niLa Europa cohesiovel europeo. Se trata
nada socialmente. Es
de una exigencia que
de suma importancia
viene dada por la neceque la cohesión social
sidad de velar por la lese base en la ecuación
gitimidad democrátiflexibilidad de los tiempos
ca, la transparencia y
de trabajo = seguridad y
la conversión de Europermanencia de los conpa en una empresa de
tratos laborales. Trabajo
sus ciudadanos.
parcial y flexible contra
El debate sobre el
trabajo temporal. Increfuturo de la UE, que
mento de las tasas de
debe culminar con la
actividad, en particular
convocatoria de una
femeninas. Ayudas a la
nueva conferencia infamilia con efectos positergubernamental en
tivos sobre la natalidad
el 2004, no puede oby la sostenibilidad del
viar la necesidad de
sistema de pensiones y,
hallar una solución
a corto plazo, sobre el
adecuada al actual
bienestar social y las tadéficit de participasas de actividad. Fin del
ción regional. Más aún
paternalismo de las
si tenemos en cuenta
políticas de familia de
la inminencia de una
los gobiernos conservaampliación, que prefidores español y cagura una Unión por
talán.
definición mucho más
La Europa sosteniheterogénea. %
ble. Afirmación concre33 Banderolas en la Diagonal.

ta de la filosofía europea de respeto al medio ambiente y potenciación de la contribución europea al avance de los acuerdos de
Kioto. En la discusión en el Parlamento
europeo de este tercer objetivo, los diputados decidieron condenar los proyectos no
sostenibles de política hidráulica y recomendar a la Comisión que no adjudique
fondos a este tipo de trasvases. Hay que tener en cuenta que la única obra hidráulica
de gran calibre en Europa que incluye trasvases es el PHN español, con el trasvase del
Ebro. Es por ello que no hay ninguna duda
sobre a quién afectará la prohibición si el
Consejo Europeo ratifica en Barcelona la decisión tomada en el Parlamento Europeo.
Más allá de estos grandes temas, existen
cuestiones marcadas por la realidad y que
la reunión de los países de la UE no puede
obviar: la situación en Oriente Próximo, la
más sangrienta y cruda de las últimas décadas; la incapacidad de marcar una política
unitaria en materia de seguridad que rompa el consenso de Washington, es decir, la dependencia impotente de la pauta norteamericana, con la necesaria mirada hacia el Mediterráneo como continuación obligada y
lógica de la etapa de mano tendida hacia el
Este, que ha dominado los esfuerzos políticos de la Unión en los últimos años.
Por último, estos días se verá y se oirá
también la voz de los movimientos contra-

En Barcelona han de poderse
manifestar en paz las opiniones
que reclaman otra globalización
rios a la globalización imperante. Barcelona, la ciudad que está articulando para el
2004 un nuevo modelo de cita mundial a
través del Fòrum de les Cultures, tiene que
ser capaz de acoger –y hacer que se oiga– la
voz para otra globalización (lo que no quiere decir una voz contraria a la cumbre) y debe exigir (a unos y otros) que se pueda manifestar por los canales pacíficos y de libertad de expresión que la ciudad siempre ha
defendido. Lo que el pasado domingo fue
posible en relación con el PHN y el trasvase,
también debería serlo mañana para que los
ciudadanos digan que creen en una Europa
próxima y una mundialización diferente.
También existen otras cuestiones que necesariamente tienen que salir en el debate
en torno a la cumbre. Es bueno y es un síntoma de credibilidad del propio proyecto de
la Unión que, donde sea que se produzcan
sesiones de sus órganos de gobierno, se suscite un debate sobre lo que pueden suponer, a escala más local, las grandes estrategias. En este sentido, estaría bien que estos
días se enriquezca el contraste de propuestas e ideas a propósito de la Convención sobre el futuro de la Unión y el papel que, de
manera directa e indirecta, tienen que jugar las regiones y ciudades en este proceso
constituyente europeo.
Así, pues, la cumbre de Barcelona debería servir también para demostrar a la
ciudadanía que el proyecto de Europa está
vivo, aparte del euro, que Europa cree en
ella misma, que está atenta al latido desigual del planeta y que quiere hacer oír, cada vez más cohesionada y segura, su voz,
hacia fuera y hacia dentro. %

�</text>
                  </elementText>
                </elementTextContainer>
              </element>
            </elementContainer>
          </elementSet>
        </elementSetContainer>
      </file>
    </fileContainer>
    <collection collectionId="23">
      <elementSetContainer>
        <elementSet elementSetId="1">
          <name>Dublin Core</name>
          <description>The Dublin Core metadata element set is common to all Omeka records, including items, files, and collections. For more information see, http://dublincore.org/documents/dces/.</description>
          <elementContainer>
            <element elementId="50">
              <name>Title</name>
              <description>A name given to the resource</description>
              <elementTextContainer>
                <elementText elementTextId="26518">
                  <text>04.02. Activitat política</text>
                </elementText>
              </elementTextContainer>
            </element>
            <element elementId="41">
              <name>Description</name>
              <description>An account of the resource</description>
              <elementTextContainer>
                <elementText elementTextId="35654">
                  <text>Recull la documentació generada en relació a Pasqual Maragall en la seva activitat als partits i associacions d'àmbit polític: Front Obrer de Catalunya (FOC), Convergència Socialista de Catalunya (CSC), Partit dels Socialistes de Catalunya (PSC), Partido Socialista Obrero Español (PSOE), Ciutadans pel Canvi (CpC). </text>
                </elementText>
              </elementTextContainer>
            </element>
            <element elementId="51">
              <name>Type</name>
              <description>The nature or genre of the resource</description>
              <elementTextContainer>
                <elementText elementTextId="35655">
                  <text>Sèrie</text>
                </elementText>
              </elementTextContainer>
            </element>
          </elementContainer>
        </elementSet>
      </elementSetContainer>
    </collection>
    <itemType itemTypeId="22">
      <name>No tenen tipus</name>
      <description>Tipo temporal para mapear las fichas sin tipo a la base resource template de Omeka S</description>
    </itemType>
    <elementSetContainer>
      <elementSet elementSetId="1">
        <name>Dublin Core</name>
        <description>The Dublin Core metadata element set is common to all Omeka records, including items, files, and collections. For more information see, http://dublincore.org/documents/dces/.</description>
        <elementContainer>
          <element elementId="50">
            <name>Title</name>
            <description>A name given to the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27760">
                <text>El latido desigual del planeta</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="51">
            <name>Type</name>
            <description>The nature or genre of the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27762">
                <text>Article</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="39">
            <name>Creator</name>
            <description>An entity primarily responsible for making the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27763">
                <text>Maragall, Pasqual, 1941-</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="42">
            <name>Format</name>
            <description>The file format, physical medium, or dimensions of the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27764">
                <text>Textual</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="48">
            <name>Source</name>
            <description>A related resource from which the described resource is derived</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27765">
                <text>El Periódico de Catalunya</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="44">
            <name>Language</name>
            <description>A language of the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27767">
                <text>Castellà</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="49">
            <name>Subject</name>
            <description>The topic of the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27768">
                <text>Europa</text>
              </elementText>
              <elementText elementTextId="27799">
                <text>Cooperativisme</text>
              </elementText>
              <elementText elementTextId="27800">
                <text>Solidaritat</text>
              </elementText>
              <elementText elementTextId="27801">
                <text>Territoris</text>
              </elementText>
              <elementText elementTextId="27802">
                <text>Acció política</text>
              </elementText>
              <elementText elementTextId="27803">
                <text>Catalunya</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="40">
            <name>Date</name>
            <description>A point or period of time associated with an event in the lifecycle of the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="41345">
                <text>2002-03-15</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
        </elementContainer>
      </elementSet>
      <elementSet elementSetId="4">
        <name>EAD Archive</name>
        <description>The Encoded Archival Description is a common standard used to describe collections of small pieces and to create hierarchical and structured finding aids.</description>
        <elementContainer>
          <element elementId="98">
            <name>Level</name>
            <description>The hierarchical level of the materials being described by the element (may be other level too).</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27761">
                <text>Document</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
        </elementContainer>
      </elementSet>
    </elementSetContainer>
    <tagContainer>
      <tag tagId="2">
        <name>Articles</name>
      </tag>
    </tagContainer>
  </item>
  <item itemId="1735" public="1" featured="0">
    <fileContainer>
      <file fileId="1339">
        <src>http://78.47.125.110/files/original/23/1735/0000001568.pdf</src>
        <authentication>61dfea0f07153f76ec2aee831f27a7e4</authentication>
        <elementSetContainer>
          <elementSet elementSetId="5">
            <name>PDF Text</name>
            <description/>
            <elementContainer>
              <element elementId="118">
                <name>Text</name>
                <description/>
                <elementTextContainer>
                  <elementText elementTextId="42937">
                    <text>(COLOR) - Pub: PERIODICO ND CATALAN Doc: 04895B Red: 60% Ed: Primera EDICION Cb: 00 Enviado por:
Dia: 14/02/2003 - Hora: 00:44

DIVENDRES
14 DE FEBRER DEL 2003

18 Tema del dia

el conflicte de l’Iraq

el Periódico

Opinions 3 El món i la guerra

Organitzacions polítiques i socials de tot el món
s’han coordinat per fer demà, 15 de febrer, una
manifestació global contra la guerra a l’Iraq en unes

Pàgines 2 a 20 888

500 ciutats de tots els continents. La que se celebrarà
a Barcelona compta amb el suport de quatre dels cinc
partits parlamentaris catalans.

EUROPA ALÇA LA BANDERA DE L’HONOR
El carrer demostrarà l’aïllament dels governs que secunden Bush
BERNARD CASSEN

DIRECTOR GENERAL
DE ‘LE MONDE
DIPLOMATIQUE’
I PRESIDENT
D’ATTAC-FRANÇA

En el lèxic de la política internacional, aïllament és una paraula esperpèntica que designa generalment una situació de desacord
amb el Govern dels Estats Units.
Fent un paral.lelisme amb la famosa fórmula anglesa segons la qual,
en cas que hi hagi boira al canal de
la Mànega, «el continent està
aïllat», ¿podem preguntar-nos qui
està actualment aïllat, i de qui, a
Europa?
El principal aïllament que hauria de preocupar un Govern democràtic és el seu respecte de la seva
pròpia opinió pública. En aquest
aspecte, els firmants de la famosa
carta dels vuit en suport a l’agressió
programada de George Bush contra l’Iraq estan dramàticament en
fals amb els seus pobles: en els son-

CiU

dejos, el 84% de l’opinió pública del
Regne Unit és hostil a una intervenció sense l’aval de les Nacions Unides; el 80% a Espanya; el 72% a
Itàlia, etcètera. Els únics governs en
sintonia amb una opinió europea
que no ha estat mai tan homogènia
sobre cap tema són els de Berlín,
Brussel.les i París.
Els milions de manifestants que
sortiran al carrer demà, dia 15 de febrer, tant a l’oest com a l’est del vell

Els pobles europeus
han estat traïts per
uns dirigents servils
continent, amb l’objectiu de manifestar la seva total oposició a la guerra nord-americana, seran portadors
de l’esperança d’una Europa verdaderament europea, i no simple súbdita de Washington.
L’aïllament que actualment salta
a la vista és el de George Bush, que
està duent a terme una política
bel.licista rebutjada massivament,

PSC

33 Escolars, ahir, a Barcelona.
no només a Europa sinó també al
Japó, a l’Àsia Oriental i a l’Amèrica
Llatina. Per no parlar del món arabomusulmà, on la unanimitat en contra és absoluta. Fins i tot als Estats
Units, a pesar de la insensata pressió

PP

mediàtica, només compta amb una
majoria molt feble.
Davant d’aquesta irada protesta
mundial contra una agressió de conseqüències desestabilitzadores incalculables, i no solament al Pròxim
Orient, l’equip de falcons d’extrema
dreta que envolta Bush desplega
mètodes de desinformació dignes de
la Unió Soviètica en plena guerra
freda. Les presumptes proves presentades pel secretari d’Estat Colin Powell sobre la col.lusió Iraq-Al-Qaida
no han convençut a ningú. Pel que
fa a Tony Blair, que també afirma
que posseeix proves, la presentació
d’aquestes proves s’ha saldat amb
un lamentable fiasco: ¡els serveis que
havien preparat la seva intervenció
es van limitar a plagiar una tesi doctoral a partir d’unes dades que es remuntaven a una dotzena d’anys enrere!
¿Quina és la raó que pot empènyer governs com el de José María
Aznar a alinear-se d’una manera tan
incondicional amb una política
nord-americana que apunta, entre

ERC

altres objectius, a debilitar tota
vel.leïtat d’afirmació d’una Europa
unida? Perquè, no ens fem cap
il.lusió, evidentment aquest és un
dels objectius estratègics de Washington. El secretari nord-americà
per a la Defensa, Donald Rumsfeld,
va declarar recentment que, per
ell, Europa és l’OTAN, és a dir, una
zona sota el comandament d’un
general vingut de l’altre costat de
l’Atlàntic.
Renunciant a tota dignitat i tota
voluntat de defensar els seus interessos nacionals i els de la resta
d’europeus, uns governs mercenaris, a imatge del «caniche» Blair
(així li diuen a Anglaterra), presten
jurament de fidelitat al seu sobirà.
Per altra banda, no en trauran cap
profit, ja que les classes dirigents
dels Estats Units fiquen a tots els
europeus en el mateix sac. Els manifestants del 15 de febrer són els
que alçaran la bandera de l’honor
d’Europa, traïda per uns dirigents
que només aspiren a la servitud voluntària. H

ICV

ESGOTAR LES
POSSIBILITATS

NO EN NOM
DE CATALUNYA

GARANTIR
LA SEGURETAT

PER LA LLIBERTAT SANG PER
DELS POBLES
PETROLI, NO

ARTUR

PASQUAL

JOSEP

JOSEP-LLUÍS

JOAN

Mas*

Maragall*

Piqué*

Carod-Rovira*

Saura*

Vull solidaritzar-me amb tots els
catalans que sortiran al carrer per
dir no a la guerra contra l’Iraq. Els
membres de CiU, i jo mateix com a
secretari general de CDC, marxarem al seu costat.
En aquesta crisi ens hi juguem
massa. Ens hi juguem l’autoritat
de l’ONU. Ens hi juguem la credibilitat de la política exterior de la
UE. Ens arrisquem a eixamplar perillosament l’escletxa entre Washington i Brussel.les. I ens hi juguem la unitat de l’OTAN. Tot això
ens obliga els polítics a buscar el
consens i estar a l’altura de les demandes dels ciutadans.
Negar el suport incondicional
als plans bèl.lics de Bush no significa que no vulguem lluitar contra
el terrorisme internacional. Nosaltres també volem desarmar l’Iraq i
creiem que s’ha d’acabar amb el
règim dictatorial de Saddam Hussein. Però abans d’alçar les armes,
cal esgotar totes les possibilitats
d’aconseguir una solució pacífica
del conflicte. La pau és la nostra
opció.
*Secretari general de CDC.

Totes les guerres són la confirmació
d’un fracàs. Aquesta no té la legitimitat del dret internacional i no
s’explica per una situació de risc
greu i imminent per a la pau. Estic
molt preocupat per les conseqüències que tingui en la població civil
iraquiana, primera víctima de Saddam. I també pel risc de més fanatisme dels que se senten agredits, de
desestabilització del Mediterrani, de
pujada del preu del petroli i de recessió.
Considero equivocada l’actitud
del Govern seguint la política de
Bush i, en canvi, recolzo la iniciativa francoalemanya que dóna a
l’ONU el protagonisme. No és cert
que Europa estigui més dividida ara
que el 1991, perquè llavors Europa
no tenia política pròpia. Ara en té,
en pot tenir. Tots ens hi juguem
molt. Que l’ONU comenci a ser més
que a semblar. A actuar en lloc de
dir. I que ho faci a favor dels interessos globals.
Demà, diguem clarament al món
que si la guerra es fa, no serà en
nom de Catalunya. H
*President del PSC.

El món s’enfronta a una infame
dictadura que és una amenaça
sistemàtica per a la pau i la seguretat internacional i que incompleix sistemàticament des de fa
12 anys totes les resolucions de
l’ONU. Davant d’aquesta amenaça, el Govern del PP fa el que
ha de fer, des de la profunda convicció que és la millor manera de
garantir un futur de pau i seguretat. Sense guiar-se per raons electorals o partidistes i conscients
dels costos.
No tots poden oferir aquesta
mateixa coherència. Els socialistes tenen el costum de fer, quan
governen, el contrari d’allò que
fan quan estan a l’oposició. CiU
també ha abandonat el camí de
la responsabilitat. Estic segur que
el desenllaç d’aquesta crisi portarà el desarmament i la pau. I
demostrarà les grans diferències
entre els polítics responsables i
aquells per als quals una campanya electoral justifica qualsevol
demagògia. H
*President del PP català.

El Govern dels Estats Units, amb el
suport incondicional d’Aznar, Blair
i Berlusconi, promou una guerra
denominada cínicament preventiva
contra l’Iraq, amb total impunitat,
erigint-se en justicier mundial. Les
futures víctimes, les de sempre: la
població iraquiana. I doblement víctimes, perquè l’esquerra europea no
pot obviar ara que la dictadura militar de Saddam Hussein aplica la
censura mediàtica, es basa en una
homogeneïtzació religiosa i cultural, practica el genocidi amb el poble del Kurdistan...
La tradició catalana ha estat
històricament pacifista i antimilitarista, ja que ha procurat resoldre els
conflictes polítics a través de procediments exclusivament polítics, no
pas exercint la força i, en tot cas,
sempre en el marc de decisions de
l’ONU. Un Estat no pot decidir unilateralment el futur d’un altre. I per
aquesta raó convidem la població
catalana a prendre part en la manifestació de demà contra la guerra,
contra les dictadures, per la llibertat
dels pobles. H
*Secretari general d’ERC.

Els governs i el Consell de Seguretat no són els únics actors de la
política internacional. Per això la
manifestació de demà no és un acte testimonial. Ni Blair, ni Aznar,
ni el mateix Bush poden tancar els
ulls als milions de persones que a
tot el món diuen no a la guerra, ni
a l’opinió de França, Alemanya i
Rússia.
La guerra contra l’Iraq, amb o
sense resolució favorable del Consell de Seguretat, és hipòcrita, perquè ningú va moure un dit quan
les armes de destrucció massiva es
van llançar sobre els kurds i Bush
sí que recolza el terrorisme de
Sharon. És cínica, perquè el principal objectiu és dominar les segones
reserves mundials de petroli. I és irresponsable, perquè la reordenació
de la regió en funció dels interessos dels EUA generarà més violència i més inestabilitat. Ara bé, per
sobre d’aquestes raons contra la
guerra n’hi ha una altra de més
important: els milions d’iraquians
que ja han patit la tirania de Saddam i anys de sancions. H
*President d’IC-V.

�</text>
                  </elementText>
                </elementTextContainer>
              </element>
            </elementContainer>
          </elementSet>
        </elementSetContainer>
      </file>
    </fileContainer>
    <collection collectionId="23">
      <elementSetContainer>
        <elementSet elementSetId="1">
          <name>Dublin Core</name>
          <description>The Dublin Core metadata element set is common to all Omeka records, including items, files, and collections. For more information see, http://dublincore.org/documents/dces/.</description>
          <elementContainer>
            <element elementId="50">
              <name>Title</name>
              <description>A name given to the resource</description>
              <elementTextContainer>
                <elementText elementTextId="26518">
                  <text>04.02. Activitat política</text>
                </elementText>
              </elementTextContainer>
            </element>
            <element elementId="41">
              <name>Description</name>
              <description>An account of the resource</description>
              <elementTextContainer>
                <elementText elementTextId="35654">
                  <text>Recull la documentació generada en relació a Pasqual Maragall en la seva activitat als partits i associacions d'àmbit polític: Front Obrer de Catalunya (FOC), Convergència Socialista de Catalunya (CSC), Partit dels Socialistes de Catalunya (PSC), Partido Socialista Obrero Español (PSOE), Ciutadans pel Canvi (CpC). </text>
                </elementText>
              </elementTextContainer>
            </element>
            <element elementId="51">
              <name>Type</name>
              <description>The nature or genre of the resource</description>
              <elementTextContainer>
                <elementText elementTextId="35655">
                  <text>Sèrie</text>
                </elementText>
              </elementTextContainer>
            </element>
          </elementContainer>
        </elementSet>
      </elementSetContainer>
    </collection>
    <itemType itemTypeId="22">
      <name>No tenen tipus</name>
      <description>Tipo temporal para mapear las fichas sin tipo a la base resource template de Omeka S</description>
    </itemType>
    <elementSetContainer>
      <elementSet elementSetId="1">
        <name>Dublin Core</name>
        <description>The Dublin Core metadata element set is common to all Omeka records, including items, files, and collections. For more information see, http://dublincore.org/documents/dces/.</description>
        <elementContainer>
          <element elementId="50">
            <name>Title</name>
            <description>A name given to the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27750">
                <text>No en nom de Catalunya</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="51">
            <name>Type</name>
            <description>The nature or genre of the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27752">
                <text>Article</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="39">
            <name>Creator</name>
            <description>An entity primarily responsible for making the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27753">
                <text>Maragall, Pasqual, 1941-</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="42">
            <name>Format</name>
            <description>The file format, physical medium, or dimensions of the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27754">
                <text>Textual</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="48">
            <name>Source</name>
            <description>A related resource from which the described resource is derived</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27755">
                <text>El Periódico de Catalunya</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="44">
            <name>Language</name>
            <description>A language of the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27757">
                <text>Català</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="49">
            <name>Subject</name>
            <description>The topic of the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27758">
                <text>Guerra</text>
              </elementText>
              <elementText elementTextId="27804">
                <text>Iraq</text>
              </elementText>
              <elementText elementTextId="27805">
                <text>Globalització</text>
              </elementText>
              <elementText elementTextId="27806">
                <text>Catalunya</text>
              </elementText>
              <elementText elementTextId="27807">
                <text>Acció política</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="53">
            <name>Abstract</name>
            <description>A summary of the resource.</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27759">
                <text>En nom de Catalunya. El conflicte d'Iraq.</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
          <element elementId="40">
            <name>Date</name>
            <description>A point or period of time associated with an event in the lifecycle of the resource</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="41344">
                <text>2003-02-14</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
        </elementContainer>
      </elementSet>
      <elementSet elementSetId="4">
        <name>EAD Archive</name>
        <description>The Encoded Archival Description is a common standard used to describe collections of small pieces and to create hierarchical and structured finding aids.</description>
        <elementContainer>
          <element elementId="98">
            <name>Level</name>
            <description>The hierarchical level of the materials being described by the element (may be other level too).</description>
            <elementTextContainer>
              <elementText elementTextId="27751">
                <text>Document</text>
              </elementText>
            </elementTextContainer>
          </element>
        </elementContainer>
      </elementSet>
    </elementSetContainer>
    <tagContainer>
      <tag tagId="2">
        <name>Articles</name>
      </tag>
    </tagContainer>
  </item>
</itemContainer>
